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24 luglio 2010

 

Uscirà il prossimo 7 agosto 2010, 46 Volte uno, il disco di Mauro Tononi (voce ufficiale di Valentino Rossi a Radio DJ), di cui il Ducoli ha curato i testi e scritto alcune canzoni. Il disco verrà presentato il 2 settembre 2010 a Tavullia (Pu), il paese natale di Valentino, nel corso della festa che il Fans Club di Valentino organizza ogni anno in occasione della corsa di Misano. Chi volesse saperne di più può consultare il sito di Mauro Tononi www.maurotononi.com oppure contattare direttamente il Ducoli.

 

È uscito La trasmissione del pensiero, il nuovo disco di Korrado. Nell’album ci sono due canzoni con testi scritti dal Ducoli: Sfiorami (rivisitazione di Per Te, scritta per Mané nel progetto Cromoinverso) e Lingua di Serpente.

 

È uscita in vinile 12” per Sonic-Solution la canzone Re-Fly, che il Ducoli ha scritto con Dj-Amnesys. Ecco cosa scrivono a Sonic-Solution per parlare del progetto:

 

Idee e concetti che si trasformano in suoni... Questo e.p. rappresenta presente, passato e futuro, possibile fonte di ispirazione per gli artisti di domani. Alcune sonorità anni 90 e influenze di generi musicali diversi rendono in nuovo disco di Amnesys assolutamente unico. "Refly" (A1) è un riassunto che ripercorre vari periodi del genere hardcore che hanno influenzato in modo determinante lo stile attuale di Amnesys. La canzone nasce sull' atmosfera della pausa caratterizzata da un vocal molto incisivo. Il tutto si trasforma in un uragano di synth e casse che non lasciano spazio ad alcun dubbio, questa è una traccia assolutamente rivoluzionaria. "Ctrl_D_Future" (B1) è sperimentazione sonora che esce dagli schemi classici di questo genere. Suoni, tecnica e musicalità del break rendono il messaggio chiarissimo. "System Crash" (B2) chiude l'e.p. nel modo + brutale. Intro e break in stile Prodigy, casse devastanti accompagnate dal vocal di Lenny Dee e un riff che proviene direttamente dall'occulto...

 

Novità anche per Biocosmopolitan di Boris Savoldelli: lo straordinario bassista Jimmy Haslip, fondatore degli Yellow Jackets, sarà ospite del disco nel brano d’apertura Biocosmopolitan!

 

Altre news …

 

27 giugno 2010

 

Fabio Antonelli dell’Isola che non c’era ha recensito Piccoli Animaletti:

 

Rendere l’idea di questo nuovo disco di Ducoli, poliedrico musicista bresciano, è davvero impresa ardua, anche perché Ducoli ci ha abituato da sempre ad una creatività straripante e continuamente mutevole. Qui poi, forse più che in passato, la sua stravaganza si fa sentire. Ecco allora che ne nasce un disco originalissimo, un progetto legato al mondo animale, anche se è ovvio che quello di Ducoli non è popolato dai soliti animali, ma troviamo anche animali dagli strani nomi come “Il Laccabue” o ancora “Il rattus”, nonché tante altre strane situazioni che solo una mente come la sua poteva concepire.

 

Qualcuno a questo punto si starà chiedendo, ma che genere di musica suona Ducoli? La risposta più facile e scontata sarebbe quella di invitarvi ad ascoltarla, perché darne una definizione è praticamente impossibile, Ducoli è un cultore del rock, ma riesce a deformarne i contorni passando per il jazz, il blues, la canzone d’autore più intimista in un continuo cambio di direzione. Allo stesso modo è mutevole la sua interpretazione vocale, e così la voce si fa a volte scura e torbida come uscisse da una notte agitata, a volte distesa e limpida come fosse rasserenata, in alcuni casi poi non manifesta neppure il cantato, ma “parla” come ci invitasse ad un incontro confidenziale.

 

Vediamo a questo punto di decifrare le coordinate essenziali: passiamo per il brano di apertura La malura, di impianto decisamente rock, la breve ma poetica Una Silvia, il suadente rock di Una nuova città, la carnalità di Il mulo «Guardo ancora una volta il cielo / Studio la mia alternativa di volo / Guardo ancora una volta il tuo culo / Mi tocca di essere sempre il tuo mulo». Nella già citata Il Laccabue tra atmosfere jazz il nostro ci parla (letteralmente) così «Io ti disegno una tigre e un leopardo che guarda / Coi denti di cento serpenti / Con le zampe del ragno e della sua ragnatela / Costruita sull'angolo alto della mia ultima tela», per la title-track, supportata da un coro di bambini che canta «Niente di nuovo di stupefacente / Niente di niente, nemmeno la gente / Noi siamo niente che non sia vivente / Siamo niente di buono, non siamo importanti / E allora niente perdono, non saremo mai santi / Proprio niente di niente, non ci sono innocenti / Siamo niente di niente, ma non e’ sufficiente / E allora niente di niente, più niente di niente», la suggestiva e dolce Dialogo di guerra che dispiegandosi sulle ali del violino di Michele Gazich è però permeata di sana indignazione, «Le vostre schifose, arroganti menzogne / Protetti da sempre da qualche padrone / Di ladri assassini di gente che ha fame, ancora», Il carro in cui troviamo echi messicani e spruzzate jazz per un corale «Noi che tiriamo il carro / Non ci opponiamo mai / Abbiamo le mani forti / Meglio di cento buoi / Noi non vogliamo niente / Noi non abbiamo sete / Siamo la parte pronta / Davanti c'e’ solo il prete», la stramba Rattus in cui si è deliziati dal pianoforte di Andrey Kutov ed in cui Ducoli cambia improvvisamente voce. Ancora diverso è il suo timbro nella dialettale Le renne sulla neve perenne. Spero di esser riuscito a dare l’idea della sostanza questo disco, ma in ogni caso vi invito a cercarlo, avendo oltretutto come assoluta garanzia nomi di musicisti come Ellade Bandini, Michele Gazich e lo stesso Andrey Kutov.

 

 

Luca Morzenti sulla fanzine LA MOVIDA  ha recensito Dogtale.

 

Non è semplice recensire un libro per il quale si è scritta la prefazione, ma questa nuova fatica di Alessandro Ducoli, che segue di circa un anno il Diario di un giovane fumatore scritto a quattro mani con Guido Lavazza, giustifica questo sforzo, anche perché - lasciatemelo dire - è un racconto che merita di essere letto.

 

Traendo ispirazione da due dei suoi numerosi progetti musicali - nella fattispecie My Uncle The Dog e Spanish Johnny - l’autore costruisce una trama nella quale inserire memorie private, passioni personali e cenni autobiografici a sostegno di validi riferimenti storici, il tutto amalgamato in una storia tanto semplice quanto avvincente. Il protagonista è David “Noodles” Cobb, giovane “disincantato” che abbandona il borgo natio per cercare fortuna nel Continente. Ed è il viaggio di Noodles Cobb a fungere da amplificatore del grido che scaturisce dal paragone fra le nuove città che attirano giovani desiderosi di costruirsi un futuro (sporche, rumorose, corrotte e corruttrici), ed i pochi spazi ancora incontaminati.

 

Ma attenzione: questo non è un romanzo “ecologista”. Pur essendo noto l’atteggiamento di Ducoli nei confronti della salvaguardia dell’ambiente (presente, ad esempio, nel racconto allegato all’ultimo album “Piccoli Animaletti”, che vi invito a rileggere), questo Dogtale si pone più come un nostalgico e (quasi) rassegnato sguardo su quanto di peggio l’uomo è riuscito a fare all’ambiente che lo circonda ed ai suoi simili, e quindi a se stesso, una riflessione su come la cattiveria prevalga (sempre?) sulla bontà con uno sfondo di praterie, canyon e città.

 

Una storia ambientata cinquant’anni fa che si potrebbe inserire anche nei due secoli precedenti, ma estremamente attuale.

 

Novità anche per ClockWork Orangina di Manè: Ivan Cattaneo, grande icona dell’elettropop italiano, ha cantato nel brano The Kiss Milk. L’uscita del nuovo disco di Mané è prevista per il prossimo autunno.

 

Stefano Pifferi sulla web-fanzine Sentireascoltare  ha recensito Electric Babyland:

 

Fanno il verso ad un mostro sacro del rock come Jimi Hendrix, questi due bresciani: nel titolo come nella cover, splendida riproposizione della foto di Electric Ladyland. Luca Ducoli (voce, chitarra) e Michele Federici (batteria) hanno però piedi e testa ben piantati nel rock’n’roll più scalmanato e senza freni possibile: slanci country, bellezze blues-punk, richiami garage come se piovesse, energia e sudore d’obbligo si alternano senza soste in Electric Babyland tanto che se in prima battuta a venire in mente sono le scarne trame della Blues Explosion e discendenti vari, nel corso della scarsa mezzora dell’album ci si rende conto che il duo bresciano è molto più inzaccherato nei crismi del rock’n’roll più selvaggio e sboccato.

 

Per capirsi, quello che da Jerry Lee Lewis arriva fino agli oscuri garage-heroes delle varie Back From The Grave, passando per il sixties-pop più rumoroso, il rock-blues storico, gli Stooges e gli Stones. Quella è la tradizione cui attingono e di cui non fanno mistero alcuno, anzi la mantengono in vita alla grande sullo slancio di freschezza strumentale e energica passione. I vari ganci e indizi disseminati qua e là ne fanno più che un disco, una sorta di caccia al tesoro negli ultimi 50 anni di r’n’r. Di più non oseremmo chiedere. Bravi.

 

Francesco Bove sulla web-fanzine Beatpopula  ha recensito Electric Babyland:

 

Si omaggia Hendrix sin dalla copertina: tante donne nude che mostrano i loro seni prosperosi all’ascoltatore. Cosa vi ricorda? Sicuramente lo saprete, l’omaggio a “Electric Ladyland” è palese. Era il 1968 quando Hendrix scandalizzò, con la copertina del suo capolavoro, la morale dei benpensanti di tutto il mondo. La copertina fu rifiutata e cambiata in fretta e furia perché considerata pornografica.

 

Altro omaggio ad Hendrix è nel titolo: Electric Babyland. Però poi, appena comincia a scorrere la prima delle nove tracce nello stereo, si capisce che i Thee Jones Bones hanno poco a che fare con Hendrix, anzi, la loro musica attinge da tanti generi. Non è, quindi, una cover band, per fortuna. I Thee Jones Bones sono una band bresciana, con evidenti inflessioni 60’s, che propone al pubblico uno stile musicale a metà tra il country e il garage, leggero, veloce, che va dritto al sodo e che si presta molto per la musica dal vivo.

 

Giunti al terzo lavoro in studio, il duo bresciano rilegge la musica dei loro miti dedicando addirittura un brano dal titolo eloquente Nico’s Banana a Lou Reed e passando, senza farsi troppi problemi, da una melodia all’altra, da uno stile all’altro, riuscendo sempre ad andare al sodo. Un lavoro muscolare, sporco, efferato, aromatizzato al punto giusto con tocchi melodici ma genuino e rinfrancante come solo un lavoro artigianale sa essere. I Thee Jones Bones ritrovano le cose elementari, riescono ad affermare il proprio modo di pensare facendosi spazio tra numerosi gruppi “alla moda” e proponendo un sano rock&roll emozionante e folgorante.

Si arriva alla fine, con una bella cavalcata country-rock, spediti verso il riascolto, perché a volte fa veramente piacere ascoltare un album grezzo, diretto, non ambizioso e scoprire un gruppo che, pur non dicendo nulla di nuovo, si impone con un sound divertente e potente.

 

 

10 giugno 2010

 

Grandi novità per Biocosmopolitan di Boris Savoldelli: Paolo Fresu ha partecipato alla registrazione del disco regalando le sue note in Kerouac in New York City e Concrete Clima. L’uscita del nuovo disco di Boris, anticipata dalla recente pubblicazione di The Miss Kiss, è prevista per il prossimo autunno e già si annuncia esplosiva (Boris ha presentato in anteprima il disco nella sua ultima tourneé in Russia e lo presenterà negli Stati Uniti nelle due date estive di Seattle e Louisville!). Per ora, dal momento che il Ducoli è ancora una volta autore di tutti i testi (con la collaborazione di Luca Morzenti in Subwarm, The Discordia e Lovecity), vi si anticipa la scaletta del disco:

 

# 1 Biocosmopolitan – VOICE A

# 2 Lovecity – VOICE L

# 3 Concrete Clima – VOICE B

# 4 Kerouac In New York City – DOG VOICE

# 5  Is Difficult To Fly Without Whisky – VOICE D

# 6 Dandy Dog – VOICE C

# 7 Danny Is A Man Now – VOICE E

# 8 Biocosmo – VOICE G

# 9 The Discordia – LAST VOICE

# 10 Subworm – IDEA 2 VOICE

# 11 Springstorm – NO-FIRST VOICE

# 12 The Miss Kiss – VOICE H

# 13 My Barry Lyndon – FIRST VOICE

 

***

 

È uscito per Edizioni LatakiaDogtale”, il nuovo racconto del Ducoli. Chi lo volesse prenotare può richiederlo direttamente al Ducoli (baccoilmatto@libero.it).

 

Elvis Presley è morto. Il treno che portava The King si è fermato a Graceland, ma forse non sarà l’unico a fermarsi quel giorno. David “Noodles” Cobb è un giovane che insegue un sogno ancora poco chiaro, attraversando un Continente fatto di persone e cose che stanno cambiando, non sempre in meglio. Un Continente dove non c’è più spazio per i sogni.

 

***

 

Il nuovo lavoro discografico del Ducoli, di cui vi abbiamo accennato in riferimento al concerto del prossimo 14 luglio a Fino del Monte in compagnia del Bepi, si intitola Lo sbarco in Lombardia e verrà registrato, sembra, dal vivo proprio durante il concerto di quella sera. Il nuovo disco è stato interamente scritto a quattro mani con Andrey Kutov e avrà (come spera il Ducoli…) la forma del Teatro Canzone. L’idea originale, nata dalla necessità di sottolineare la forse eccessiva cementificazione della Lombardia, è stata sviluppata in maniera “giocosa” sul passato di giovane muratore del Ducoli:

 

Il dito puntato

Lo sbarco in Lombardia

Mica come nascere ad Ajaccio

Ode al panino

L'apprendista magùt

Pranzo allegro ma non troppo

La marcia del pic

Rughe di cemento

Ode al ducato

Idolocemento (Preghiera della sera)

 

 

4 giugno 2010

 

Nessuna news per quanto riguarda i due lavori in “cantiere”… Sandropiteco sembra che sia già stato registrato ma non si sa dove e come … mentre il titolo del lavoro che verrà registrato il 14 luglio prossimo a Fino del Monte (BG) non può essere ancora anticipato … vi posso dire soltanto che si tratta di “dieci canzoni a tema”.

 

 

La rivista IL TONNUTO (fanzine d’acqua dolce), ha recensito “Cromo inverso!!!!!! Ecco cosa dice in proposito Fabrizio “FaZ” Cesari:

 

Mi ricordo la prima volta che ascoltai “Nereide”, una delle tracce del CD, la collegai subito al film “Il Gladiatore” di Ridley Scott . Mi si accesero in mente le scene finali dove il generale Massimo moriva e ricordava moglie e figlio. Non so se anche a voi darebbe visioni simili ma a me questa traccia ha emozionato moltissimo. Lo fa tuttora. CROMO INVERSO opera prima dell’artista Manè, nome d’arte di Pierangelo Manenti, classe 1976, bresciano residente sulle sponde meridionali del lago “con l’isola in mezzo”, il Lago d’Iseo. Il CD ha già qualche anno, è stato realizzato nel 2005. Ci sono arrivato solo di recente a scoprire questa perla di lago interessandomi ai lavori passati di Alessandro Ducoli uno dei nostri recenti beniamini qui al Tonnuto (leggete il Tonnuto n° 95 o il n° 105).  Cromo inverso si è sviluppato con i testi di Alessandro oltre alla produzione artistica di Valerio Gaffurini ed ovviamente la parte musicale di Manè.

 

Quindi connessione immediata fate partire le tracce e leggete il seguito…

 

Il timbro vocale di Manè è decisamente singolare, perfetto per le musiche che ascolterete. E’ in falsetto sempre assolutamente preciso ed intonato. Difficile quindi ritenerlo più compositore che cantante. Complimenti a lui; è raro trovare entrambi le doti in un'unica persona. Per dare un’idea ricorda il timbro vocale di Anna Oxa anche se personalmente lo reputo superiore.

 

Nel CD 8 sono i brani ufficiali più un bonus che è una versione differente di una delle tracce precedenti. “Immagine” traccia d’apertura accende il sogno con una figura danzante molto a contatto con gli elementi della vita, della natura. Segue “Numero Uno” la traccia che ai primi ascolti pare la più slegata alle altre. Il testo è alla Ducoli “voglio l’essenza della mia esistenza”. Un urlo alla complessità inutile di questa vita. Una ricerca (difficile) di stessi. “La fleur et le mal” avvelenata come il fiore del male. Una richiesta di aiuto contro una partner egoista. Attenti, chi toglie l’acqua regala la sete. “Nereide” è la mia traccia preferita, pianoforte e voci leggermente sospirate. Per me una musica capolavoro. “è strano averti qui mentre ti penso; parole che confondono alla ricerca di sguardi” “movimento armonico di una parola” “forze che danno e tolgono amore” “scivola la pelle tua mentre io mi perdo” “chiudi i miei occhi mentre mi tocchi, sempre più giù, chiudi i miei occhi”. Leggo che molti la interpretano come un contatto sessuale tra due amanti. Personalmente la interpreto come gli ultimi istanti di un morituro e l’immagine della sua amata che lo accompagna verso un altro mondo. “Per te” sospiri di sirene in deserti di sabbia. Siamo il segno che lascia il tempo. Non aspetta l’idea della gente. Io invece mi fermo per te. “Onirica” dal sapore misterioso. Musica più pop ed interpretazioni vocale che in alcuni tratti ricorda i primi Matia Bazar. Violino finale da Blu Vertigo. Un’altra traccia molto intensa “Maria Bambina”. Splendida. Ascolterai nel vento la mia voce ancora. E’ un’illusione il tempo. E’ un’altra occasione. Ti lascio soltanto un momento. Non ti lascerò mai. Ultima traccia del CD è “Cromo Inverso” che il nome all’intera opera. Si potrebbe dire una forma d’arte!. Sono il pezzo di carta dove appoggia il colore. Il segno che si ferma per avere una forma. Profilo costruito per la tua perfezione, nella mia fantasia. Voglio un angelo migliore di questo. Voglio l’angelo migliore che sei. Portami via, portami via. Il tutto cantato su un ritmo piuttosto serrato e piacevolmente dance.

 

Riassumendo il CD non è esattamente allineato al filone musicale tradizionalmente trattato nel nostro mensile ma visto che ha risvegliato con furore in me i sensi musicali da teenager degli anni 80 con in più il sostegno dell’attenzione ai particolari che un 40enne nota ed il tutto mi convince parecchio…. ecco che ho fortemente voluto scrivervene. Con Manè abbiamo molta elettronica però decisamente raffinata e come dicevo prima anche le voci non sono per niente da dimenticare. Assolutamente intonate e precise. Un personaggio da tener d’occhio ! Manè ha in preparazione un altro CD per questo autunno e statene certi vi terremo aggiornati.

 

Il Ducoli è stato così contento di questa recensione che mi ha chiesto di ricercare una recensione “distratta” dei tempi dell’uscita del disco … lui vuole specificare che non pubblica le recensioni non quando non parlano bene del disco ma quando non ne parlano “affatto” (queste mi sembra di ricordare che fossero le tristi parole con cui il Ducoli commentò l’accaduto …. quel coglione non ha capito un cazzo, testi o non testi, e siccome non siamo nessuno si è divertito a tirarci addosso merda e noia, fanculo …):

 

Le informazioni che accompagnano "Cromo inverso", esordio discografico dell´anonimo Manè, sono talmente scarse che dobbiamo rifarci alle poche note che accompagnano il disco per dedurre chi alla fine si celi dietro questo pseudonimo o chi in qualche modo abbia contribuito alla realizzazione del progetto. Non resta che prefiggersi alcuni punti fondamentali da precisare su "Cromo inverso".


Punto di partenza numero uno: la comprensione dell´assetto strutturale dell´album. Le note lasciano capire che dietro alla denominazione "Manè" si cela la figura di Pierangelo Manenti, coadiuvato nei lavori di realizzazione da Alessandro Ducoli e Valerio Gaffurini. Potremmo definire questo "Cromo inverso" come un album realizzato a sei mani, dove il lavoro di Manenti s´impone prevalentemente sulle altre in modo consistente, soprattutto per quanto riguarda la produzione e la firma posta sulle musiche, fatta eccezione per i brani "Numero uno", Nereide" e "Onirica" dove viene affiancato alla composizione dall´intervento di Gaffurini. L´apporto di Ducoli si può riscontrare invece nella stesura dei testi, dove la "bellezza" di sette canzoni su nove portano la sua firma, mentre le restanti "Numero uno" e "La fleur et le mal" lo vedono spalleggiato dal titolare Manenti.


Punto di partenza numero due: la qualità del prodotto. Ad essere sincero, questo debutto discografico non mi ha colpito, le melodie risultano scialbe e prive di sentimento, l´ascolto lascia indifferenti, non vi è grado d´emozione. D´altro canto anche la stessa voce di Manenti non dice niente di particolare, risultando poco convincente nelle traiettorie vocali. Il tutto si evidenzia nelle nove tracce che vanno a comporre questo album limitato, dal gusto tipicamente pop. Tra queste il brano "La fleur et le mal" è presentato anche in una versione più electro-pop, ma la qualità rimane sempre la stessa. In poche parole un album statico che non riesce a decollare, eccezion fatta per i testi, sicuramente il lato più apprezzabile dell´intero lavoro. Un´altra notizia che si può dedurre dalle note è che la realizzazione del cd è dovuta anche al patrocinio del comune di Marone, sito nella provincia bresciana.


La somma di queste valutazioni mi porta comunque a ritenere "Cromo inverso" un lavoro di poco spessore: solo una decisa inversione di rotta potrebbe portare in futuro a delle considerazioni diverse.

 

 

La web-fanzine Rock.it  ha recensito Electric Babyland:

 

Straight in a rock'n'roll country. Dribblando ritmi atavici e schivando bombe bluesy. Musica adatta per piegarsi sotto la pioggia fino ad affogare, dentro il selvaggio furore di una two-men band che ti trascina in un altrove immaginario da atmosfera 50s, e ti scrolla piedi e gambe. Ed è una scossa granitica e impellente, con le mani insabbiate nel blues di Jon Spencer e Muddy Waters, e l'obiettivo di ricalcare sulla cover l'esordio di Jimi Hendrix in chiave post-moderna. I Thee Jones Bones, suonano e sudano, fremono e stridono sulla via di Chicago. L'impeto primigenio di tutto il rock che ti urla addosso, quello di "Holly Holly" e "Say Hey, Say Ho!", a tratti risezionato e diluito attraverso un cocktail di country-folk ("Teachin' Nurse") che tende la mano a un ipotetico Johnny Cash affetto da nevrosi. O ancora il noise blues di "Alright" e "Hangin' Around", ingredienti miscelati con cura e vigore. Quando il blu d'angoscia urbana riesce a esplodere d'energico bagliore.

 

Cesare Casalini, sulla web-fanzine De-Baser  ha recensito Electric Babyland:

 

Se c'è qualcuno di voi che ha bisogno di una bella e sana scarica di adrenalina, ecco pronta la ricetta: procuratevi subito questa bomba rock'n'roll, sono nove veri proiettili che colpiranno inesorabilmente i vostri spiriti bisognosi di folgorazione.  Sono ormai arrivati al loro terzo album (ed è appropriata la definizione di album, in quanto è uscito in doppia versione vinile + CD). Fa molto piacere soprattutto l'uscita in vinile, che oltretutto fa risaltare la splendida copertina, e poi tra l'altro l'edizione in vinile suona molto meglio di quella in CD.

 

"Screaming Luke" Ducoli e Frederick Micheli propongono un disco che va ascoltato a tutto volume, senza troppe domande, e possibilmente tutto d'un fiato. Non vale nemmeno perdersi troppo in spiegazioni su questo album che presenta i due in stato di grazia, sia il titolo che la copertina dell'album sono un chiaro riferimento a Jimi Hendrix e al suo album più importante, mentre la loro musica è dichiaratamente rivolta verso Jon Spencer Blues Explosion.  Fra i nove pezzi l'unico che opare far "tirare un po' il fiato" è la loureediana "Nico's Banana", il resto è una fragorosa esplosione di suoni e di ritmi divertenti e tirati a dovere. Chitarre sporche al punto giusto, voce selvaggia e, pur se con qualche piccola apertura melodica, tanta cattiveria e sano spirito rock'n'roll.

 

 

Aurelio Pasini sulla web-fanzine Il Mucchio  ha recensito Electric Babyland:

 

Se la copertina del nuovo lavoro dei bresciani Thee Jones Bones – in vinile, con cd allegato – omaggia in maniera quasi calligrafica, come del resto il titolo, l’“Electric Ladyland” di hendrixiana memoria, i suoi contenuti si muovono lungo altre coordinate: quelle di un rock’n’roll viscerale e parecchio selvaggio, nipote degli Stones e figlio bastardissimo degli Stooges, cugino dei Cramps e dei Gun Club e e cognato del surf più ruvido. Musica che viene dallo stomaco, ispida, sporchissima, veloce, da ascoltare col volume a palla senza farsi troppi problemi. Niente di nuovo, ma fatto alla grande, con le giuste – e copiose – dosi di elettricità e sudore. Come sovente accade in questi contesti, poi, l’organico limitato (voce, chitarra, batteria, occasionalmente banjo e armonica) non rappresenta assolutamente un ostacolo, rivelandosi di contro un pregio non da poco, perché è solo quando sono ridotte ai minimi termini che certe canzoni acquisiscono potenza ed efficacia. A scacciare il temuto spettro della ripetitività ci pensano arrangiamenti semplici ma vari, che peraltro non si precludono la possibilità di staccare la spina per qualche minuto, senza che il coinvolgimento e il divertimento vengano meno. Insomma, se si amano certe sonorità “Electric Babyland” è un lavoro da non lasciarsi sfuggire, oltre a rappresentare la conferma del ruolo di primo piano che i suoi autori già da qualche tempo ricoprono nell’ambito della scena r’n’r tricolore.

 

Claudio Andrizzi del Bresciaoggi  ha recensito Electric Babyland:

 

E' una delle copertine in assoluto più leggendarie (e censurate) dell'intera storia del rock: un frammento di mito che ora rinasce in una splendida versione «made in Bs», a corredare il terzo album di un gruppo che rappresenta una sorta di ultimo avamposto della più classica «ortodossia» rock 'n roll. Loro si chiamano Thee Jones Bones, sono attivi dal 2001, sono un duo (da poco diventato un trio) e la loro base operativa è in Valle Camonica, per la precisione a Darfo. Qui è nato e risiede Luca Ducoli, chitarrista e cantante, intorno al quale la figura dei Bones gira da ormai quasi dieci anni. E' stata sua l'idea di replicare una famosa copertina rock del passato per il nuovo album della sua creatura: e la scelta è caduta nientemeno che sulla cover originale di «Electric Ladyland», terzo album e capolavoro assoluto di Jimi Hendrix.


«Hendrix? Un mito, ma personalmente preferisco Jeff Beck - afferma Luca, spiegando la genesi del singolare progetto -. Tutto è nato da un'etichetta rock 'n roll di Cremona, "Il Verso del Cinghiale", che ci ha contattati rendendosi disponibile a contribuire alla realizzazione del nostro album ad una condizione: che fosse un 33 giri in vinile. Come potevo non accettare? Fare un album in vinile è il sogno di ogni musicista».
Subito nasce l'idea di coronare l'evento con una copertina da urlo, gatefold (cioè apribile) come i vinili di un tempo. E fra le tante cover famose da rifare, Luca ha puntato subito sul capolavoro hendrixiano del 1968, costituita da una serie di nudi femminili, considerata a suo tempo pornografica e sostituita nelle edizioni ufficiali da una foto del chitarrista. Da qui anche il titolo dell'album: "Electric Babyland". «Ho pensato che rifare quella mitica copertina avrebbe fatto presa, ma non avevo idea di come fare per realizzarla. Ha pensato a tutto l'ex-ragazza del mio batterista: in pochi giorni ha trovato, tra Brescia, Bergamo e Pescara, tutte le ragazze che hanno accettato di posare nude per la copertina».


Le session fotografiche di Lorenzo Caffi, un amico di Luca, si sono tenute in una scuola di danza e si sono protratte per un'intera giornata: il risultato, tutto da vedere, è davvero straordinario, e capace di competere con il modello originale. Come dire: un vestito perfetto per dare ancora maggior spessore al disco più maturo dei Bones, quello nel quale il loro assalto garage e lo-fi alla tradizione Stones assume sfumature di credibile modernità non lontanissime dagli universi di Jon Spencer Blues Explosion o White Stripes. Piace quindi il disco (che viene venduto con inclusa anche la versione cd, per comodità...) ma piace naturalmente, e tanto, anche la copertina. Al punto che pare che un cliente di Discotory, storico negozio di Darfo, se ne sia portate via sei copie da solo... L'album si può comprare anche ai concerti del gruppo: i prossimi si terranno alla Latteria Molloy l'11 giugno (electric) e al TipoZeroZero il 18 (acoustic).

 

 

Giuseppe Celano sulla web-fanzine Extra-Music Magazine  ha recensito Electric Babyland:

 

Fare un bel tuffo nel delta del blues non è male con la primavera che inizia a far sentire il suo peso soprattutto se a guidarvi in questo viaggio sono i Thee Jones Bones. Nati nel 2001 come trio, diventati poi un duo sulla scia dei White Stripes, esordiscono nel 2005 con “Rock And Roll Is A Lifestyle” e il successivo ”Sticks And Stones”.


“Electric Babyland” è invece Il titolo del loro nuovo album, in chiaro riferimento al ben noto “Electric Ladyland” del gigante Hendrix, omaggiato anche in copertina da generose signore “ignude”, con tanto di sguardi lascivi. A differenza dei fratelli White, e del signore della sei corde elettrica, la band spinge sulla parte più rurale del blues, sfruttando un sound lercio, riff pregni di country ma pur sempre graffianti e affogati nel rock(abilly) and roll.


Nove brani fatti di chitarre sferraglianti, armonica e voce roca che dichiara guerra alle orecchie dei poveri malcapitati all’ascolto. Se avete voglia di partire per uno sballo dissacrante non dovrete far altro che mettere su “Alright”, fatta di riff circolari che ricordano Link Wray, il solo sembra il rantolo di un cinghiale ucciso a coltellate. Il riff introduttivo dell’opener Holly Holly sembra rubata ai Clash che flirtano con Chuck Berry dopo una sbornia colossale. Le cose peggiorano, nel senso più positivo del termine, con la successiva e psicotica “Hanging Around”.

 
Impossibile sfuggire ai mandolini, slide guitar, armonica e cantato nervoso di Teachin’ Nurse”. Non mancano passaggi più lenti e dilatati come “Nico’s Banana” (chissà a cosa si riferiranno!!). Chiude il lavoro “Cowbaby” con il suo ritmo trascinate, un brano in pieno stile bluegrass, sporcato dall’amore per i suoni dissacranti.


Ottimo lavoro non c’è che dire.

 

 

 

Era stata infine “mai pubblicata” (il Ducoli se n’è un po’ arrabbiato con il Vostro Amministratore del sito … ma aveva ragione) una recensione di Gian Paolo Laffranchi del Bresciaoggi, uscita prima della scorsa estate:

 

Forse non esiste. È un mito, una figura romanzesca avvolta nella nebbia degli aneddoti apocrifi. Forse è solo una leggenda camuna e Spanish Johnny, Bacco Il Matto e Cletus Cobb non sono la stessa persona. Non possono esserlo: troppe idee, troppa creatività. Forse Alessandro Ducoli (ma esiste davvero?) dovrebbe contenersi, uscire di meno, a livello discografico. Il che, va detto, non equivarrebbe a uscire meglio, perché i suoi progetti sono sempre curati, pensati e scritti con amore spudorato e passione viscerale. Semmai, ciò garantirebbe il fascino di «evento» a lavori che non meritano di passare inosservati. Non fa eccezione «I leave my place to the bitches», opera missata e masterizzata all'XTR Studio di Adro insieme con una squadra di alto livello: oltre a Cletus Cobb (alias Ducoli, si dice), voce, chitarra acustica e armonica, ecco Stefania Martin (voce), Nik Mazzucconi (basso), Marlon Richards (chitarra elettrica), Valeruz Velasco (piano, hammond) e Beppe «Cipe» Facchetti (batteria).


Solo il libretto varrebbe di per sé la spesa: dalle foto segnaletiche dei musicisti agli appunti di viaggio di Spanish Johnny, non c'è da annoiarsi. Poi la musica, prodotta da Cobb (insieme a Velasco) e scritta da... Ducoli. Riferimenti? Neil Young e Bob Dylan, un pizzico di Rolling Stones. una spruzzata di Deep Purple. Si comincia con la title-track, tipico esempio di rock da viaggio, strade deserte e serbatoio pieno. Rock che brinda al concetto stesso di partenza, ora scherzando con i santi («Like a Rolling Stones»), ora marciando con i fanti («Civil revolution»). C'è il blues («No one»), c'è anche il funk («Love me God»). Ci sono testi in italiano e c'è una confessione, in inglese: «House in the woods», inno di tutti gli spiriti eremiti del mondo.

 

 

10 maggio 2010

 

Non sono ancora iniziate le registrazioni di Sandropiteco, nebulosa assoluta sul nuovo disco ufficiale del Ducoli che sembra essere stato pensato in due volumi! Si vocifera invece che il doppio live con il Bepi, previsto per il 14 luglio prossimo a Fino del Monte (Bg), verrà registrato in rigorosa “presa diretta” ed è stato pensato in forma di “concept” con dieci nuove canzoni. Nuove notizie a brevissimo, compreso il titolo dell’opera e altre anticipazioni.

 

Eccovi invece alcune recensioni uscite nel mese di aprile.

 

Furio Sollazzi ha recensito Piccoli animaletti su Mia Pavia (www.miapavia.it):

 

Chi ha avuto modo di ascoltarlo in concerto due anni fa (era venuto al Broletto nell’ambito del Festival dello Shomano) sicuramente se lo ricorda ancora: non ho dubbi!

 

Il Ducoli è uno che fa rock e sa cosa fa; il Ducoli è uno che incarna lo spirito Beat e fino a che non glielo hanno spiegato (il Beat quello di Kerouak e Ginsberg, per intenderci) non sapeva di farlo; il Ducoli è un poeta, un jazzista, un romantico, uno spietato realista, un ironico cronista e qualsiasi cosa voglia essere.

Schizofrenico musicale dalle personalità multiple (Bacco il Matto, Spanish Johnnies, Cletus Cobb, il leader de La Banda del Ducoli o semplicemente Ducoli) ognuna delle quali incarna e realizza sfaccettate tendenze musicali, tutte ugualmente riconducibili alla sua prepotente personalità, realizza album che, a mio parere (ma non solo mio) dovrebbero essere, a ragione, nelle classifiche dei migliori album italiani ma che, inspiegabilmente, rimangono nelle pieghe delle “coperte mediatiche”.

 

Alessandro Ducoli è un cantautore bresciano che, sin dall'album di esordio "Lolita", si dedica a tempo pieno alla scrittura per sé e per altri artisti (proficua la collaborazione con Boris Savoldelli, che porta i testi di Alessandro ben oltre i confini italiani, fino in Russia e negli States). Il 2004 è segnato da una svolta jazz con "Brumantica", piccolo gioiello realizzato con Fabrizio Bosso, Alessandro Galati (arrangiatore dell'intero lavoro), Ares Tavolazzi, Sandro Gibellini ed Ellade Bandini. "Artemisia Absinthium", album del 2008, frutta al Ducoli il Premio Claudio Mazzitello edizione 2009.

 

“Piccoli animaletti" è il nuovo cd di Alessandro Ducoli, ultima fatica discografica con, ancora una volta, Ellade Bandini che torna e forma insieme a Max Gabanizza l'ossatura ritmica del nuovo album, musicalmente ispirato e profondo nella scrittura.

L'inseparabile Andrei Kutov al pianoforte, Giorgio Cordini, Michele Gazich, Mario Stivala, Mirko Spreafico e Valerio Gaffurini sono gli altri musicisti coinvolti nel nuovo lavoro che sintetizza la condizione degli animali in gabbia, umani inclusi, ed è farcito di tanti episodi di grande musica: Rattus, con il coro dei bambini e il pianoforte di Kutov, Dialogo di guerra, sulla vicenda di Ilaria Alpi, La Malura, il Germano Irreale ecc.

La copertina porta il CD, un booklet con i credits e un “libercolo” di scritti e pensieri che vi offrono uno spaccato della geniale dissociazione con cui il Ducoli ama raccontare.

 

Insomma, non c’è modo di descrivere il Ducoli e la sua musica in maniera esaustiva: l’unica soluzione è ascoltarlo e imparare ad amarlo.

 

 

Furio Sollazzi, Pavia, 07/05/2010

 

 

Cesare Casalini ha recensito Piccoli animaletti su Radio Voce:

 

Anche stavolta il Ducoli ha colpito.  Ce l'ha fatta di nuovo il  menestrello di Breno a radunare intorno a sé una vera squadra di  fuoriclasse per approntare questo disco. Facile, direte voi, facendosi  coadiuvare da gente come Ellade Bandini (batteria), Max Gabanizza  (basso), Giorgio Cordini (bouzouki), Michele Gazich (violino), Mario  Stivala (chitarre), Mirko Sprafico (percussioni), Andrey Kutov  (pianoforte), Valerio Gaffurini (hammond e programmino) ed Eugenio  Samon (tromba). Ma se non hai le canzoni puoi assoldare chi vuoi che  rischi fortemente di non andare da nessuna parte. E invece il Ducoli  le canzoni le ha, eccome. Oltretutto sono pezzi che, con questi  arrangiamenti perfetti e tirati a lucido, funzionano alla grande.

 

Già l'inizio rimanda subito al sound del mai dimenticato Bacco il Matto, con quell'incisivo riff di chitarra che cattura subito e il  cantato a metà fra il sornione e il sussurrato. E' un grido di  libertà, "La malura". Io trovo una certa affinità tra "dobbiamo  valutare meglio, ancora, prima che decidano loro ogni volta" e  "continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?". Poi il Ducoli va sull'estremamente personale "I miei cento difetti",  una ballata molto pianistica, e qui Kutov fa la parte del leone. Ancora atmosfere fumose da jazz club un po' caposseliane (e qui non me  ne voglia il Ducoli), con un pezzo quasi da carillon, "Una Silvia". Il cantato di Alessandro Ducoli continua a migliorare di disco in  disco e lo fa con un piglio da "cattivo per necessità" come dice lui  (si ascolti "Una nuova città". Ne "Il mulo" tornano a farsi notare i riff chitarristici, con un  grande assolo finale. "La cinciallegra" è un brano poetico e dall'atmosfera sognante, mentre  il riferimento artistico del disco è il pittore Antonio Ligabue, a cui  viene dedicata la bellissima e jazzata "Il Laccabue". Un bello sguardo sugli esseri umani in generale, visti come "Piccoli  animaletti", eseguita con la collaborazione di un coro di bambini, i  "Piccoli Animaletti" diretti da Barbara Bellotti, che partecipano  anche a "Rattus" (composta da Kutov). Ogni tanto in Ducoli salta fuori la malinconia amorosa che qui si  palesa in "Un germano irreale", pochi e delicati tocchi di chitarra  acustica e voce triste. "Dialogo di guerra, con un meraviglioso violino di Michele Gazich, è  dedicata ad Ilaria Alpi (la giornalista morta in un agguato in Somalia  nel marzo 1994). "Sopra il davanzale" è, per il momento, la mia canzone preferita del  disco (se la gioca con "La malura" e "Una nuova città"). Una puntina di tex-mex in "Il carro", poi la già citata "Rattus", e a  concludere l'album c'è una filastrocca in dialetto camuno, "Le renne  sulla neve perenne". E smettetela di dire al Ducoli, "Dovresti fare meno dischi e più  curati" o altre amenità del genere. Tanto lui non vi ascolterà. Anche  perché la cura e l'attenzione che lui e il suo gruppo di fuoriclasse  hanno messo in "Piccoli animaletti" raramente si nota negli attuali  dischi italiani.

 

Angel Devil ha recensito Piccoli animaletti sulla web-fanzine www.rockrebelmagazine.com:

 

"Piccoli animaletti" è il nuovo album di Alessandro Ducoli, cantautore camuno che nasce artisticamente nel 1997 con il disco "Lolita". Ducoli ha pubblicato oltre 15 dischi distribuiti in vari progetti, tra i quali "Brumantica" che, nel 2004, ha segnato una sua svolta jazz. Appare certamente difficile rinnovarsi nel tempo, ma questo non è il caso di Ducoli. "Piccoli animaletti", prodotto da Alessandro Ducoli e Valerio Gaffurini è stato registrato, mixato e masterizzato da Valerio Gaffurini e Claudio Lancini all'XTR Studio di Adro (BS), mentre la batteria e basso da Paolo Costola al Mac Wave Studio di Brescia. Questo CD è vario ed intenso, immediato a tal punto che lo fa sembrare un "libro" di racconti dove le 13 tracce (più il brano fantasma cantato in dialetto camuno), con testi in italiano, ci svelano questo cantante dalle mille risorse. Un giro dentro a tutte le parole di questo CD potrebbe far bene a molti di noi. Musiche e suoni sono costruite in modo curato: la struttura dei brani è piuttosto semplice, ma su di essa alzano la voce arrangiamenti costruiti e suonati con gusto. "La Malura" è singolo estratto da questo nuovo lavoro, è il pezzo che apre l'album, è sicuramente il brano di miglior impatto, dove basso, chitarra, voce roca e batteria ribolliscono di suoni rock. Un brano accattivante che scuote, infervora le ritmiche, riesce a scavare la pelle del suono creando una vibrazione rock fuori dagli schemi. Molte impennate geniali vengono introdotte in pezzi come "I miei cento difetti", "Una nuova città", sono molto articolati tra loro, e man mano che i pezzi avanzano, si sfocia anche in sonorità jazz con "Il Laccabue" che riesce delicatamente a lasciare il segno; e ancora la simpatica "Rattus" in cui Ducoli si fa accompagnare da un coro di bambini. Il progetto è decisamente innovativo e vede alternare ritmi più caldi e nostrani dalle atmosfere pop, rock, jazz davvero perfette. Un CD interessante, stimolante e coinvolgente nei suoni. Per ulteriori informazioni dell'artista visitate il suo sito: www.ducoli.eu

 

Marco Quaroni ha recensito Piccoli animaletti sulla versione web de Il Mucchio Selvaggio:

 

Alessandro Ducoli è un ancor giovane cantautore della Valcamonica che ha pubblicato la media di un lavoro all’anno, se non di più, negli ultimi 10, forse 15. E tutti questi lavori, spaziando dal puro stile cantautorale con venature jazz fino allo sfogo rock del gruppo Bacco il Matto prima e degli Spanish Johnny oggi, hanno avuto qualcosa di importante da dire. L’ultimo album, l’introspettivo ma per molti versi anche corale “Piccoli animaletti”, è uscito in febbraio, si avvale della partecipazione di musicisti del calibro di Ellade Bandini, Michele Gazich o Andrey Kutov e ancora una volta testimonia quanto questo autore sia prolifico, intelligente, anticonformista e fieramente poco incline al mercato. Di certo c’è che canzoni del calibro di “Una nuova città”, “Piccoli animaletti”, “Dialogo di guerra” o “Sopra il davanzale”, sono piccole grandi perle nel triste panorama della musica italiana del 2010, e da sole seppelliscono l’intero ultimo festival di Sanremo. Ci sono episodi interlocutori, gridati o sussurrati, forse troppo jazz, vicini al Tom Waits più stralunato, come “La malura”, “Una Silvia”, “Il mulo”, “Il laccabue” o “Un germano irreale”, ed è in questi casi che il Ducoli eccede nell’osare, anche se lo fa consapevolmente. La tromba de “Il carro” ci porta addirittura nel West. Nel complesso il progetto è di ottima fattura, cantato magistralmente, perfettamente suonato e con una confezione che comprende anche un libretto di raccontini abbinati ad ogni canzone. Un excursus ricchissimo diviso in animali “pseudonotturni”, “quasidiurni” e “luminoneutri” che ci fa conoscere un artista che vale la pena di incontrare sulla propria strada. Se le sue produzioni fossero state maggiormente centellinate e avessero goduto di qualche taglio in più, oggi non avrebbero niente da invidiare ai dischi dei maggiori cantautori italiani. Dal vivo poi è un fiume in piena di ironia dissacrante. Resta un vero peccato che sia ancora relegato nel ghetto dell’autoproduzione, ma ormai sembra il destino comune di tutti coloro che hanno qualcosa di interessante da dire in questo paese. Citando: “Sono sempre un viaggiatore meno della metà, sono diventato cattivo per la necessità…”. Non perdetelo.

 

La web-fanzine www.popon.it parla di  Piccoli animaletti:

 

Piccoli animaletti è il nuovo disco di Ducoli. Il cantautore camuno, classe 1971, approda così a un nuovo lavoro solista. Dall’esordio avvenuto nel 1997 con il disco Lolita, Ducoli ha pubblicato oltre quindici dischi distribuiti in vari progetti, tra i quali va annoverato Brumantica che, nel 2004, ha segnato una sua svolta jazz. In quell’occasione collaborarono tra gli altri anche Fabrizio Bosso, Ares Tavolazzi ed Ellade Bandini. Quest’ultimo appare tra i musicisti anche di questo nuovo lavoro discografico, al quale ha preso parte il coro dei Piccoli Animaletti, che altri non è che una classe di una scuola bresciana, che accompagna Ducoli in due delle quattordici canzoni. PopOn vi consiglia di approfondire con l’ascolto del disco.

 

Vittorio Lannutti della web-fanzine Kathodik (www.kathodik.it) ha recensito Electric Babyland:

 

Con una copertina ed un titolo che sono un chiarissimo omaggio al disco migliore di Jimi Hendrix, vale a dire “Electric Ladyland”, il duo rock’n’roll Thee Jones Bones, pubblica il secondo lavoro, confermando la sua matrice profondamente rock’n’roll, sulla via segnata nella prima metà dello scorso decennio dalla Jon Spencer Blues Explosion.

 

Tuttavia, il messaggio che trasmette questo duo (Luca Ducoli: chitarra e voce, Michele Federici: batteria e voce) non si limita al puro rock’n’roll d’impatto e velocissimo, con il taglio punk, come vuole la migliore tradizione punk-blues, in particolare in Holly holly e Say hey, say ho!, ma spazia dal bellissimo omaggio al primo Lou Reed solista in Nico’s banana, fino a Wrong way, nella quale il duo mette insieme i Clash con Johnny Cash. Non scordiamoci poi di Hangin’round, nella quale le melodie non sono tanto distanti da quelle cui ci hanno abituato Mike Ness ed i suoi Social Distorsion.

 

“Electric babyland” è un disco da godersi senza farsi troppe domande, ma con la sola voglia di ascoltare del puro rock’n’roll.

 

 

11 aprile 2010

 

Qui sotto trovate il link per osservare le meravigliose fotografie che l’Associazione “I Puffi in Viaggioha realizzato per il concerto del prossimo primo maggio alle Officine Sonore di Vercelli. Il Ducoli, si dice che abbia per un attimo perso la sua ruvida scorza e così commentato: sono commosso.

 

http://www.pelandra.it/lavori_fotografici/piccoli_animaletti_tour/

 

Si parla di Piccoli animaletti su IL TONNUTO, eccovi la recensione di Fabrizio “FaZ” Cesari:

 

FIGURA COMPLESSA E PRECISA: SIGNORI… THE DOG OVVERO IL DUCOLI

 

L’abbiamo conosciuto circa un anno fa , quasi casualmente, suonava dopo un altro cantautore per il quale ci recammo al mitico “1&35 circa“ locale must di Cantù. Con grande stupore assistemmo a una esibizione direi “rara” condotta con grande carisma. Da quel giorno nella bacheca dei migliori del Tonnuto vi si legge il nome “Alessandro Ducoli”.Con Sandro siamo diventati amici. Ci ha rilasciato un’intervista che si può leggere sul n° 95 del nostro sito www.iltonnuto.it ed abbiamo tutti i CD trovabili e trovati e non sono pochi. Ne avrà realizzati per conto proprio una quindicina, forse più. Il mese scorso, venerdì 12 marzo, sempre all’”1&35 circa”, abbiamo avuto il grande piacere di rincontrarlo. Sandro è venuto nel canturino a salutarci e presentarci il suo ultimo CD “Piccoli animaletti” uscito a febbraio.

 

Arrivati presto prendiamo posto praticamente in prima fila necessaria per fare delle buone foto e filmatini delle canzoni della serata. Potete trovarne alcune alla pagina dedicata sul nostro sito www.iltonnuto.it/2010/marzo/ducoli.htm . Poco dopo arrivano altri amici tonnuti coi quali ci siamo goduti davvero un’ottima serata davanti al mitico Ducoli. Salutiamo lui, accompagnato dal bravissimo pianista Andrey Kutov, prima dell’esibizione e gli chiediamo subito il nuovo CD. Questo perché Mauro il giorno dopo si dovrà alzare alle 7:00 e quindi la decisione è per uscire alle 23:45. Cosa non avvenuta anzi rimarremo fino alla fine circa la 1.20. Chi conosce Mauro sa che è preciso e di parola ed il fatto che stavolta ha “sgarrato” la dice lunga su quanto l’esibizione ci ha “preso”. Anche questa volta dal vivo il Ducoli ha dato spettacolo!

 

Tornando al nuovo CD “Piccoli animaletti” … La copertina è piuttosto inquietante, una scimmia pitturata con colori scuri che mostra aggressiva i denti ed il titolo sotto scritto con caratteri molto piccoli. Una volta aperto ci si trova davanti un signor cofanetto. Diviso in 3 parti, sulla sinistra vi è infilato il libretto tradizionale con testi delle canzoni e ringraziamenti vari. Al centro vi è infilato il CD mentre a destra vi troviamo un libretto curioso con una ventina di brevi scritti di Anonimo su cui riflettere. Quindi durante l’ascolto rilassato del CD abbiamo anche molto testo da leggere e su cui eventualmente meditare. Ad esempio questa frase: “ Le cose a volte non vanno come credi. Di solito vanno come hanno voglia di andare…sempre. E non c’è verso di farle andare in un qualsiasi altro modo. Io ero così abituato a stare attento a come andavano le cose, che avevo addirittura imparato a stringere forte le chiappe per evitare che potessero andare peggio. Abbiamo un culo soltanto e offrirlo distrattamente alla sfortuna sarebbe davvero uno spreco.”

 

Nel CD hanno suonato Andrey Kutov e Valerio Gaffurini al pianoforte, Mirko Spreafico alle percussioni, Max Gabanizza al basso, Ellade Bandini alla batteria, Giorgio Cordini al bouzuki, Michele Gazich al violino e Mario Stivala alla chitarra. Ma direi che buona parte del successo al CD lo dà anche il coro dei Piccoli Animaletti classe di una scuola del bresciano che accompagna il Ducoli in 2 tracce da Hit da Zecchino d’oro come “Rattus” traccia straordinaria, adorata dai figli, la vedrei benissimo come colonna sonora del prossimo film della Walt Disney. Questo non toglie certo valore alla canzone anzi i tocchi di pianoforte sono eccellenti. Velocemente le altre tracce: voce e pianoforte, poetica e molto dolce “Una Silvia”. Disagio d’amore in “Un Germano irreale”, tocchi di chitarra e voce triste. “Dialogo di guerra” grazie anche allo splendido violino di Gazich una delle tracce migliori, dedicata ad Ilaria Alpi la reporter uccisa nel 1994. Jazzistica “I miei 100 difetti” e “Il Laccabue” bella, molto relax. Ritornello audace ne “Il mulo”. “La Malura” testo anarchico con ritornello musicale modello Rolling Stone.

 

In “Una nuova città” il Ducoli ha uno stile canoro simile al fratello cattivo Cobb e pare che lo dica anche nel testo. “Cinciallegra” è una triste richiesta di sostegno. “Piccoli animaletti” è una lenta ballata sul rapporto del mondo animale col mondo umano. “Sopra il davanzale” strana traccia orchestrale per questo CD, piacerà alle sorelle del Ducoli, stile italiano da sera in piazza. “Il carro” stile messicano perfetta come colonna sonora al film Zorro. In coda c’è “Le renne sulla neve perenne” strana canzone più che altro litania in dialetto bresciano dove vari santi vengono tirati in ballo. Concludendo un gran CD. In stile Ducoli e chi ama il Ducoli amerà moltissimo questo CD. Sempre bello percorrere la strada accompagnati dal Sandro. Personaggio strano, “complesso”, forse atipico ma “vero” e “preciso”. Ha molto materiale che potrebbe raggruppare in una specie di “the best of” da far pubblicare e vendere a larga scala. Invece almeno per ora preferisce scrivere e pubblicare in continuazione ciò che gli passa per la testa, migliorandosi sul campo man mano ma dando poco spazio ai ricordi bensì tirando avanti con altre idee. Ma anche qui, animale insaziabile, non bastando una personalità ecco che genialmente si crea dei fratelli virtuali dai nomi Cobb, Bacco il Matto, etc a cui far cantare differenti tonalità acustiche rispetto al Ducoli. Non so se queste scelte, fretta di scrivere e cambio di personalità, lo premieranno ma io condivido appieno. Amo quei personaggi che si buttano nell’arena, creano d’istinto e si mostrano sinceri e diretti, loro e le loro canzoni, senza troppo farsi condizionare dai fattori di ascolto “come deve essere per entrare in classifica”. Persona generosa, vagamente buona, cantautore instancabile, purtroppo interista, bresciano di classe 1971, laureato in scienze forestali, vive a Breno (BS), ha realizzata una quindicina di CD senza contare i progetti di altre dove ha partecipato.

 

Presto nuove “succose” news su Sandropiteco. Per ora vi si anticipa che il lavoro sta prendendo forma e sembra davvero esplosivo!

 

 

4 aprile 2010

 

… il lupo perde il pelo… Il Ducoli, forse a seguito di insistite critiche circa la sovraproduzione di dischi e altro, ha iniziato le registrazioni del disco nuovo! Non sono passati due mesi dall’uscita di Piccoli animaletti! Il disco uscirà a settembre e verrà prodotto nell’ambito dell’ormai consolidato sodalizio artistico con Valerio Gaffurini e Lancinhouse dell’XTR-Studio; per ora il Ducoli ha soltanto anticipato il titolo dell’album: Sandropiteco.

 

Si parla di Piccoli animaletti su Late for the Sky, eccovi la recensione di Paolo Crazy Carnevale:

 

Alessandro Ducoli e Ligabue, il pittore. Alessandro Ducoli inesauribile e alle prese con un nuovo disco in italiano dopo il recente live in duo con Kutov e il disco in inglese dello scorso anno realizzato sotto il nickname di Cletus Cobb. Una delle cose che entusiasmano ascoltando questo artista e che spiazzano anche quando si crede di conoscerlo abbastanza, è la sua capacità di fare un disco che non ha nulla a che vedere col precedente (Artemisia Absinthium, la sua penultima fatica in italiano) per quanto riguarda le sonorità. Questo Piccoli animaletti arriva in una scintillante confezione cartonata con ben due booklet (uno con le note e i testi e l’altro con dei raccontini legati ai brani), impreziosita dalle riproduzioni di dipinti di Ligabue messi gentilmente a disposizione gratuitamente dalla fondazione che si occupa del pittore padano. Ma non facciamoci ingannare, non è la bella confezione a fare bello il disco. Il vero tesoro di questo CD è il suo contenuto musicale, come dovrebbe essere per tutti i dischi. Una manciata di composizioni firmate per lo più col chitarrista Mario Stivala, ma anche col pianista Andrei Kutov (abituale sparring partner del Ducoli nelle serate live), entrambi presenti in studio, insieme a Ellade Bandini, Michele Gazich, Max Gabanizza, Mirko Spreafico e altri più o meno abituali compagni d’avventura. Qualcuno, forse Ducoli stesso, sostiene che il Ducoli dovrebbe centellinare maggiormente la propria arte, pubblicare meno dischi, non inflazionare il sottobosco indipendente con i suoi molti dischi, ma questo lo snaturerebbe, sarebbe come imbrigliare un fiume un piena continua. Ecco dunque una serie di canzoni, alcune fatte e finite, altre semplici raccordi tra un brano più lungo e l’altro, dedicate ad animali reali e ad altri invece di fantasia. Con la voce del Ducoli al servizio di brani d’ispirazione rock come l’iniziale La malura (ottima) e altri dall’andamento magnificamente spezzato come I miei cento difetti e Il carro, per non dire della title track e di Rattus in cui il nostro si fa accompagnare da un coro di bambini. Tra le perle del disco ci sono poi Il mulo impreziosita da un bel solo di chitarra finale, Una nuova città, la jazzata Il Laccabue (con espliciti riferimenti a Ligabue) e il conclusivo brano fantasma cantato in dialetto camuno.

 

30 marzo 2010

 

Fabio Zamboni di Alto Adige, parala di Piccoli animaletti:

 

L’anarchica poesia del Ducoli (29 marzo 2010)

 

Alessandro Ducoli, alias Bacco il Matto, alias Jokerjohnny o Spanish Jonny, frequenta da anni i palcoscenici bolzanini - dal Circolo Masetti all’ex Caffè Teatro, al Jazz festival Alto Adige ultima edizione - lasciando sempre un buon ricordo, emozioni forti, gocce di sudore a terra e qualche bottiglia vuota al bar. Cantautore camuno (della Val Camonica) capace di passare dalla canzone d’autore esistenziale al jazz e al rock springsteeniano, creativo ipercinetico assolutamente al di fuori della mischia ripiegata oggi sulla cover à gogo per mancanza d’ispirazione, sforna l’ennesimo disco all’insegna della canzone d’autore più nobile, circondato da uno stuolo di musicisti di primissimo piano, da Ellade Bandini (batterista di De Andrè e di molti altri) a Giorgio Cordini, scortato come sempre dal fedelissimo e insostituibile pianista russo Andrey Kutov.

 

Nel materiale stampa che lui stesso allega al cd, una sola recensione, che ne stronca lo spreco di risorse (talento più preziosi compagni di viaggio) per via di una produzione sempre affrettata per motivi economici. Un modo per dire: non me ne frega niente del mercato. Che anche questa volta non si accorgerà del Ducoli e della sua arte underground, arte che va comunque segnalata a chi è ancora in grado di esercitare un po’ di curiosità sui sentieri della musica-poesia, lontano dall’autostrada di Sanremo. “Piccoli animaletti”, album dedicato allo zoo umano che circonda l’artista e il suo immaginario, sono 14 canzoni che si muovono fra il soft-rock (Malura, Una nuova città, Il Mulo), il jazz (la calda “I miei 100 difetti”) e ballate minimaliste. Il meglio? “Il carro” con i suoi colori messicani ricorda De Andrè, la lenta “Cinciallegra” è poesia pura, il finale ci riporta nel mondo obliquo di Vinicio Capossela con un coro di bambini impegnato in “Rattus” e una esangue, poetica “Le renne sulla neve perenne”. Qualche testo criptico, lampi anarchici, perle acustiche: è il mondo incontrollabile di un cantautore che sfida l’omologazione e il mercato sempre con la penna in mano, a scrivere canzoni anche mentre - come forestale - si guadagna uno stipendio per pagarsi la sala di registrazione.

 

27 febbraio 2010

 

Si parla di Piccoli animaletti sul numero di febbraio di Movida a cura di Luca Morzenti (con copertina tutta dedicata al Ducoli) e sul Giornale Brescia (giovedì un intervista di Andrea Croxatto e oggi sul settimanale Ottopiù una recensione di Maurizio Matteotti:

 

Il Ducoli? Vale da solo più di tutto Sanremo.

 

La Malura” a (con un riff caratterizzante) la forza dei gruppi rock blues anni ‘’70. “I miei cento difetti” è Gaber in versione latin jazz. “Una silvia” è da parente stretto di Capossela… basterebbe una sequenza così, per dire che il Ducoli ha fatto dei suoi piccoli animaletti un grande disco. Ma non è finita. Perché –attraversata la leggerezza di “Una nuova città” – ecco una magnifica ballata rarefatta (“Cinciallegra”), una marcetta-filastrocca che s’apre ad un coro di bambini (la title-track), più avanti replicata dalla giocosità spaventevole di “Rattus”), la capacità di mescolare gusto popolare e Messico di “sopra il davanzale”. Il tutto senza riuscire a schivare una caduta di gusto ma orwellianamente motiva (“Il mulo”); ma anche con la capacità di sfruttare al meglio i musicisti impiegati (ad esempio in “Laccabue”) e di fare un concepì album serio, ma non serioso.

 

Quasi non vorremmo ricordarlo, che il Ducoli è l’Alessandro da Breno (ma gustatevi: “Le renne sulla neve perenne”, bonus track da Vinicio brescianizzato. Perché il campanile non c’entra). E poi, non ha fatto tutto da solo: l’hanno aiutato Andrey Kutov e Mario Stivala per comporre e gente come Ellade Bandini, Giorgio Cordini, Michele Gazich, Valerio Gaffurini per suonare.

 

Il fatto è che questo disco sarà uno dei migliori del 2010. E vale da solo più di tutto Sanremo.

 

(Maurizio Matteotti; Giornale di Brescia, 27 febbraio 2010)

 

Ducoli, musica per animaletti. Il cantautore camuno presenta il nuovo cd ispirato alla natura.

 

Vive nei boschi per amore della natura e del suo lavoro. Vive nei boschi per trovare l’ispirazione quando scrive canzoni. Il camuno Alessandro Ducoli, dopo sette album personali e la partecipazione a dieci cd, ha sfornato l’ultima fatica discografica “Piccoli animaletti”, uscita da pochi giorni. Ducoli, col pianista russo Andrey Kutov, presenterà il disco in concerto di domenica alle 21.00 al Martini Lunge Cafè di Boario (si inizia alle 17.30 con il coro dei “Piccoli animaletti”, alle 20.30 Paolo Mazzucchelli presenta “Le copertine del Ducoli”). Il cd “Piccoli animaletti” chiude la trilogia legata strettamente al territorio – spiega Ducoli -: prima “Brumantica” (eccellente disco del 2006, che nonostante le prestigiose collaborazioni Fabrizio Bosso e Sandro Gibellini, solo per fare due nomi, è passato quasi Inosservato) sul tema del paesaggio, poi “Artemisia absinthium”, legato al vasto mondo della botanica, ora “Piccoli animaletti”, un disco zoologico (non a caso nel bicentenario della nascita del grande naturalista C. Darwin) che musicalmente abbraccia vari generi con arrangiamenti meno rigidi dei precedenti.

 

Anche questo cd, si avvale del contributo di grandi professionisti: Max Gabanizza, Michele Gazich, Giorgio Cordini, Mario Stivala, Ellade Bandini, Andrey Kutov, Mirko Spreafico. “Vorrei citare e ringraziare il produttore Valerio Gaffurini –aggiunge Ducoli- perché senza di lui il disco non sarebbe stato realizzato. In otto mesi di lavoro, da materiale un po’ disarticolato, pezzi che seguivano troppe strade siamo riusciti a creare un progetto omogeneo.

 

Ducoli, chi sono gli “animaletti” del tuo disco? “Nella vita si nasce sognatori, anche con sentimenti un po’ ingenui, poi col passare degli anni si diventa un po’ cinici. Tuttavia mi piace pensare che ci sia in giro qualche innocente pazzo che vive come un animaletto, libero e senza fare del male a nessuno, qualcuno che ama sognare. In genere sono le persone più simpatiche … insomma, io non passerei mai un sabato sera in birreria o una domenica pomeriggio anche a vedere la formula uno, con una persona cinica. Gli animaletti saranno un po’ disordinati, ma si distinguono per la profondità dei sentimenti.

 

C’è qualcosa di autobiografico? “Anch’io mi sento un animaletto … lavorando nelle foreste”.

 

Sulla copertina del cd sono raffigurati i dipinti del celebre pittore Ligabue, tra cui un inedito “Cane” sul retro della copertina… “sono andato due volte alla mostra di Ligabue a Milano e ho conosciuto il curatore, al quale ho presentato il mio progetto discografico, che ha molto apprezzato. Ho beneficiato così della liberatoria del Centro Studi e Archivio Antonio Ligabue, per utilizzare le immagini dei suoi dipinti ed impreziosire la parte illustrata del cd”.

 

Chi conosce da vicino Ducoli e lo apprezza, lo ha soprannominato “Ducowsky”, come dire: un po’ fuori dalle righe, ma con animo profondo, innamorato della canzone d’autore. Alessandro fa respirare la polvere della musica rock, diverte nel blues e commuove quando canta la novella d’autore. Sa fare tutto questo, il gigante burbero della foresta, Ducoli di nome, Ducowsky di fatto.

 

(Andrea Croxatto; Giornale di Brescia, 18 febbraio 2010)

 

 

Ducoli: libero animale. Il cerchio si chiude

 

A distanza di neppure un anno dall’uscita di “I Leave My Place To The Bitches” - pubblicato sotto il monicker di Cobb & The Other Apostles - Alessandro Ducoli sforna il terzo capitolo della trilogia “naturalistica” iniziata con la terra di “Brumantica” nel 2006 e proseguita con la botanica di “Artemisia Absinthium” nel 2008. Il titolo del nuovo lavoro è “Piccoli Animaletti” e, come presumibile, rappresenta la parte “zoologica” del concept, il cui sviluppo ha coinvolto anche la proposta musicale, che partendo da un raffinatissimo jazz ed attraversando suoni più rilassati si è evoluta sino a raggiungere un equilibrio in grado di accontentare una sempre più vasta fascia di pubblico, senza per questo scadere nella categoria “usa e getta” che contraddistingue buona parte della musica italiana degli ultimi anni (o decenni?)…

 

Qual è il tema trattato in questo album?

Se proprio si vuole cercare una tematica è più facile trovarla nel libretto contenuto nel digipack, un racconto con il medesimo titolo del disco che esorta ad una disobbedienza civile determinata dall’esasperazione. Non c’è un collegamento diretto fra il racconto ed i testi delle canzoni, anche se i titoli fanno in parte da spunto: potrei dire che il CD è la colonna sonora del libro, ma non necessariamente.

 

Perché questa scelta di allegare al disco un racconto così articolato?

Una delle pessime abitudini dei musicisti italiani negli ultimi anni è quella di cimentarsi nella cinematografia o - soprattutto - nella scrittura durante i periodi di “pausa da contratto” fra un disco e l’altro, cosa che contribuisce solo ad intasare le librerie con volumi che raramente hanno contenuti degni di nota e che spesso del musicista portano solo il nome in copertina: da qui l’idea di pubblicare il racconto con il CD anziché dopo.

 

Tu però quest’anno hai pubblicato un libro intitolato “Diario di un giovane fumatore”…

Il “Diario” è un lavoro a quattro mani scritto con l’amico Guido Lavazza che tratta della nostra grande passione per le pipe e che, pur volendo spiegare ai neofiti gli aspetti di questa antichissima arte, finirà probabilmente per rivolgersi soprattutto al mondo dei fumatori di pipa, e comunque è quanto di più distante dalla simil-biografia del musicista miliardario che sente il bisogno di raccontare cosa faceva quando andava all’asilo. Ed inoltre non si trova in libreria…

 

Effettivamente anche il libretto di ”Artemisia Absinthium” conteneva un breve racconto: cosa ti porta ad affiancare l’esperienza letteraria alla tua storicamente copiosa produzione musicale?

Fondamentalmente il tutto nasce dal fatto che non ho né tempo né costanza per dedicarmi come vorrei allo studio della chitarra, così scrivo e - pur non considerandomi uno scrittore - continuerò a farlo, almeno finché qualcuno non mi dirà che do fastidio...

 

Cosa puoi dirci del disco?

Rispetto ai primi due album della trilogia, “Piccoli Animaletti” ha un approccio più easy, volutamente più “radiofonico” e quindi maggiormente fruibile: è un disco liscio, con una brevità che rispecchia la mia scarsa voglia di ascoltare album con brani lunghissimi. Se paragonato ad Artemisia, che pure è piaciuto molto, suona sicuramente più “veloce”.

 

Come sei arrivato a simili scelte?

Secondo me la musica deve riflettere il quotidiano e purtroppo viviamo in un’epoca dove si tende a velocizzare tutto: è atroce ammetterlo, anche perché questa constatazione ha il sapore di una resa, ma è un dato di fatto che questo è il quotidiano, anche se evito di adeguarmi al linguaggio del Grande Fratello... Mi piacerebbe fare dischi come negli anni ’70, ma è un atteggiamento che possono premettersi solo i folli coraggiosi che se ne sbattono di tutto ma che, all’atto pratico, si autoestromettono da tutto.

 

I tuoi dischi hanno sempre avuto la particolarità di ospitare musicisti prestigiosi: chi ha suonato in “Piccoli Animaletti”?

Sull’album hanno suonato Mario Stivala alla chitarra, Ellade Bandini alla batteria, Max Gabanizza al basso, Andrey Kutov alle tastiere, Giorgio Cordini al bouzouki, Michele Gazich al violino, Mirko Spreafico alle percussioni, Valerio Gaffurini all’Hammond ed il Coro dei Piccoli Animaletti.

 

Da dove arriva l’idea di utilizzare un coro di bambini?

Le registrazioni erano finite praticamente a Settembre, ma le modifiche apportate in fase di mixaggio hanno portato Valerio (che è anche produttore del disco) a considerare l’apporto di un coro in due brani: così abbiamo contattato Barbara Bellotti, direttrice del Coro Arcobaleno di Breno, che ci ha messo a disposizione i suoi 24 allievi. E’ stata un’esperienza pesante, ma al tempo stesso molto emozionante.

 

Noto che con il passare del tempo (e dei dischi) la figura di Valerio Gaffurini ha superato la staticità del rapporto produttore/musicista…

Il rapporto con Valerio, fondato all’inizio sulla sua grande professionalità, ha avuto modo di svilupparsi anche sul piano dell’amicizia, raggiungendo un ottimo equilibrio fra la sua capacità di sopportarmi ed il suo essere un grande trascinatore, senza per questo uscire troppo dal suo ruolo.

 

E’ un’alchimia che funziona, così come quella con Mario Stivala ed Andrey Kutov……che sono i coautori dell’album.

A parte due brani miei e due di Andrey le musiche sono tutte di Mario, mentre i testi sono ovviamente firmati da me. Mario è un po’ la “vecchia guardia” del mio progetto, suoniamo insieme da tanti anni ed è ovvio che il legame sia più che consolidato. Andrey è invece recentemente diventato il mio “braccio armato”, perché le esibizioni dal vivo nell’ultimo anno hanno visto coinvolti solo noi due.

 

Perché la scelta di esibirti in duo?

Le motivazioni sono diverse, ma oltre alle difficoltà insite nella gestione di una band c’è anche la consapevolezza che i locali non hanno più molta voglia di sacrificarsi, sia per una questione di costi sia per un pubblico sempre più disattento e poco appassionato.

 

Devo comunque dire che l’intesa con Andrey ha ormai raggiunto un livello eccezionale.

Fatto dimostrato dal “Lurido Live”…

Quello è stato un modo simpatico di catturare la testimonianza di un nostro concerto - peraltro molto ben riuscito - per regalarla a chi ci segue da tempo, e ringrazio ancora una volta l’Associazione Mammut, Ronnie Amighetti e Pier Enrico Villa per il supporto e la collaborazione.

 

Contemporaneamente all’album sarà in uscita il tuo primo videoclip: cosa ha derterminato questa decisione?

Il bisogno di tagliarmi i capelli!

 

Prego?!?

Originariamente il brano selezionato per il video era “Dialogo di Guerra”, durante il quale avrei dovuto tagliarmi completamente i capelli. Poi la scelta è caduta su “La Malura”, che è stato girato e montato da Andrea Cominoli della Andreino’s Film.

 

Di cosa tratta?

Non c’è un messaggio particolare contenuto nel video. E’ più un capriccio artistico, e lo si può notare dal modo in cui è stato confezionato, libero da imposizioni commerciali ed in assoluta autarchia, tanto che il vero protagonista è il mio cane.

 

Il video è comunque anche un mezzo promozionale…

Certamente, ma qui torniamo al discorso di prima sulla frenetica velocizzazione della vita. Nel 2010 la promozione di un disco quasi impone la produzione di un videoclip come una necessità dettata dal fatto che è l’immagine a contare più di tutto: fino agli anni ’80 erano i singoli a lanciare un album sul mercato, con tanto di classifiche di vendita, poi è arrivata MTV ed è cambiato tutto…

 

Resterà quindi un capriccio o si potrà vedere?

Il video verrà presentato insieme al disco il prossimo 21 Febbraio presso il Martini Lounge Café di Boario Terme, dove mi esibirò nel pomeriggio con il Coro dei Piccoli Animaletti ed in prima serata con Andrei Kutov e Mario Stivala (per i dettagli vi rimandiamo alla penultima pagina di questa rivista, ndr).

 

Rimanendo legati alle immagini, lo scorso anno ci avevi anticipato il contenuto della copertina di questo tuo nuovo lavoro: promessa mantenuta?

Certamente. La copertina riproduce un dipinto inedito di Antonio Ligabue intitolato “Cane” il cui utilizzo mi è stato concesso dall’omonimo Centro Studi di Parma, e dello stesso artista sono anche le altre immagini contenute nel libretto e sulla back cover: la scelta è stata determinata dall’evidente legame con il titolo del disco, oltre al fatto di poter contare su qualcosa di realmente originale grazie alla disponibilità del Centro.

 

Per concludere: chi sono i Piccoli Animaletti?

Sono quelli che credono in qualcosa ed alla fine restano sempre da soli, i disordinati idealisti che riescono solo a farsi del male, i puri di cuore che si sacrificano per gli altri e che poi vengono buttati via… I Piccoli Animaletti sono gli uomini e le donne che vivono in questo mondo pur sapendo di non farne parte.

 

Ascoltare questo disco servirà ad apprezzare una volta di più la musica proposta dal Ducoli. Leggere il racconto servirà a capire meglio chi sono i Piccoli Animaletti. Ed a sperare che non si estinguano mai.

 

(Luca “Zeus” Morzenti; La Movida, febbraio 2010)

 

 

 

19 febbraio 2010

 

Si parla di Piccoli animaletti sul Bresciaoggi di ieri:

 

Esce il nuvo album, il settimo, del poliedrico artista camuno, realizzato con importanti collaborazioni. Insieme al cd c’è anche un libretto di racconti come appendice letteraria alle 14 canzoni.

 

In quest’inizio d’anno particolarmente proficuo per la musica “made in Brescia” si inserisce anche il ritorno di Alessandro Ducoli: il cantautore camuno è infatti tornato sul mercato con il suo nuovo album “piccoli animaletti”, che sarà presentato ufficialmente il prossimo 28 febbraio al Martini Lunge Cafè di Darfo Boario Terme in un set a due con il pianista Andrey Kutov.

 

Classe 71, nativo di Breno, ducoli è attivo in campo musicale dalla prima metà degli anni 90 e la sua carriera è stata fin dall’inizio particolarmente dinamica: ad oggi ha pubblicato due demo e sette album a proprio nome, due dischi sotto lo pseudononimo di Bacco il Matto, quattro sotto quello di Cobb, ed è stato fautore e protagonista di una lunga serie  di progetti collaterali, tra i quali merita menzione almeno “Degeneration Beat”, un lavoro dedicato a Jack Kerouac realizzato con i Brother K e Mark Murphy con cui è finalista al Premio Recanati nel 2006.

 

Il suo primo album vero e proprio, il punto d’inizio della sua carriera, risale al 1996: “Lolita” contiene brani entrati a far parte in modo indelebile nel suo repertorio come “Nuda e Cruda” o “Cupido è un pazzo”. Altra tappa di particolare prestigio è stata la realizzazione di “Brumantica” nel 2005, per il quale il Ducoli ha potuto contare sull’appoggio di personaggi come Ares Tavolazzi, Fabrizio, Bosso, Tino Tracanna, Ellade Bandini, Sandro Gibellini e Sandro Galati. 

 

“Piccoli animaletti” è il lavoro numero sette del suo repertorio solista, è stato registrato ad Adro con una band di pezzi da 90, bresciani e non, come Giorgio Cordini, Max Gabanizza, Michele Gazich, Ellade Bandini e Valerio Gaffurini (anche co-produttore del disco). Il risultato è una collezione di nuove istantanee d’autore in biico tra rock, jazz e blues, che danno al Ducoli modo di sfogare ancora una volta la sua verve visionaria incontenibile: al punto che nel cd troverete anche in libretto di racconti, una sorta di ideale abbinamento letterario alle canzoni.

 

(Claudio Andrizzi; Bresciaoggi, 18 febbraio 2010)

 

 

9 febbraio 2010

 

Giorni contati” per l’uscita di Piccoli animaletti. Il 14 febbraio (patrono degli innamorati di Breno) saranno disponibili presso www.merendinemusica.com copiose copie del nuovo lavoro del Ducoli. Verrà presentato ufficialmente a TELETUTTO il video de La malura, realizzato dalla Angiolinos’s film di Andrea Cominoli. Potrete comunque già vederlo da domani su You Tube.

 

L’album verrà presentato domenica 28 febbraio al Martini Lunge Cafè di Boario Terme (BS). Nel frattempo eccovi le due prime recensioni in spumeggiante anteprima:

 

Questo nuovo lavoro del Ducoli è probabilmente il più vario fra quelli sin qui pubblicati dal cantautore camuno, quasi un riassunto delle esperienze musicali attraversate da una carriera lunga ormai tredici anni e che lo ha visto coinvolto ideatore di numerosi progetti talvolta molto distanti fra loro.

 

È infatti La malura, brano insolitamente Rock per la produzione ducoliana, ad aprire il disco, subito seguito da I miei cento difetti, unico pezzo vicino alle linee del precedente Artemisia absinthium: da queste prime pennellate si sviluppa un affresco sonoro dipinto dal raffinatissimo Jazz di Laccabue, dal neanche troppo nascosto omaggio al grande Sergio Endrigo di Sopra il davanzale, dalle eteree atmosfere di Cinciallegra e da una Il carro che penso sarebbe piaciuta a De André. L’album però non tralascia di considerare possibili sviluppi che potremmo definire “radiofonici”, e ne sono prova la sorridente Una nuova città, la coinvolgente Il mulo e l’intensissima Dialogo di guerra, mentre meritano una menzione a parte i due brani che vedono la partecipazione del Coro dei Piccoli Animaletti – la title track e la divertentissima Rattus – ed i tre brevissimi gioiellini da poco più di un minuto che non stonano affatto in una track list così varia: Una silvia, delicato oggetto “Dukoviano” peraltro già presentato in sede live negli ultimi mesi, Germano irreale, piccola perla dal titolo irraggiungibile, e la conclusiva, inquietante bonus track, con un folle testo dialettale appoggiato su un giro fra Brecht e i Bauhaus.

 

La produzione del Ducoli si arricchisce così di un nuovo capitolo in grado di sorprendere l’ascoltatore con un approccio più diretto rispetto ai dischi precedenti, lasciando intravedere possibili sviluppi verso nuove direzioni del cammino di uno degli artisti più sottovalutati del panorama musicale italiano.

 

Luca Morzenti (La Movida n. 27, febbraio 2010)

 

Il solito Ducoli… cosa vuole dire “ho provato a fare un disco disincantato nonostante la cruda consapevolezza delle cose!?!?! Sono le frasi che odio del Ducoli, perché non dicono niente. Le aggiunge ogni volta che fa un disco di nuove canzoni solo per affermare chissà che cosa... peraltro per descrivere un disco che di canzoni comunque rimane. Questo “Piccoli animaletti” è il suo ennesimo lavoro discografico e non è niente di più quelli precedenti; poteva anche essere peggio e questa è forse la migliore nota positiva dell’intero “lavoro”.

 

Il disco nel complesso è ben realizzato e suonato addirittura da gente capace ma si tratta ancora una volta del solito Ducoli, con tutti i difetti che questo comporta: infiniti e ripetuti aneddoti di vita quotidiana (dal suo punto di vista ovviamente), rock’n’roll travestito da Jazz e cantautorato mai fino in fondo cantautorale. Non servono più nemmeno le confezioni da “suicidio finanziario” che ogni volta riesce a farsi pagare da qualche magnate amico… non è più sufficiente… serve ben altro! Soprattutto al settimo disco (e dico settimo per non citare le altre 10 uscite discografiche camuffate sotto altri nomi e altri “teatrini poveri” con pazzi musici al seguito), serve davvero ben altro: occorrerebbe una migliore capitalizzazione degli sforzi, anche economica, e soprattutto occorrerebbe la scelta di una produzione più concreta ed efficace, più ragionata, e non la solita improvvisata d’entusiasmo. Certo questa cosa ridurrebbe l’autenticità del Ducoli, e lo dico a malincuore perché ho recensito praticamente tutti i suoi infiniti “sforzi” musicali, ma sicuramente lo allineerebbe meglio agli standard attuali. I suoi lavori soffrono infatti sempre di un certo “artigianato” che, benché onesto e ben condito, appare comunque di non sufficiente livello. Il mio consiglio è dunque di non comprare “Piccoli animaletti”… Mandategli eventualmente i soldi chiedendogli di utilizzarli per produrre meglio i prossimi album (non prima di almeno quattro anni!). Anzi, non mandategli niente perché se li fumerebbe e berrebbe nel giro di un paio d’ore.

 

(Maximillian Dutchman. RockGuru n. 2113. Lisbona, 6 gennaio 2010)

 

***

 

Si parla ancora di Insanology! Nientemeno che dall’Uzbekistan:

 

Prolusion. “Insanology” is the debut album of vocal performer Boris SAVOLDELLI, who is also a member of avant-garde ensemble SADO. Hailing from the Northern Italian town of Modena, since his early childhood years Savoldelli has been fascinated by the possibilities offered by the human voice, which led him first to training as an opera singer, then to exploration of more experimental techniques, such as the ones used by Area’s Demetrio Stratos, or ethnic forms like Siberian overtone chanting. In the past few years he has been engaged in a number of diverse projects; earlier in 2009 he released the album “Protoplasmic” in collaboration with jazz guitarist/composer Elliott Sharp. The lyrics on “Insanology” were written by Savoldelli’s friend and long-time collaborator, singer-songwriter Alessandro Ducoli.


Analysis.“Insanology” is certainly not your average prog album – very far from that. However, it is also a very progressive offering, one of those discs that come as an unexpected surprise to the jaded listener, weary of hearing yet another band imitating either the classic acts of the Seventies, or any of the modern pretenders to their throne. Following in the footsteps of vocal innovators such as Bobby McFerrin or the late, great Demetrio Stratos, in 2007 Boris Savoldelli recorded a debut solo album solely based on his impressive vocal abilities, proving once again that the human voice can be as effective an instrument as anything man-made. Though “Insanology” is very short for today’s standards (at under 30 minutes, little more than an EP) it is quite dense in its own peculiar way. Although the initial reaction of the average prog fan might very well be a giant question mark (or even something more colourful), those more used to listening to jazz in all its manifestations will recognize some familiar stylings. In fact, even if rock music has produced a sizable number of fine vocalists, it has never been noted for actual research in new forms of singing – something, instead, that is more of a prerogative of jazz, or of the vast, diverse galaxy known as world music. Savoldelli only needs his extraordinary voice (and the help of loops) to carry off the album, with the exception of two tracks to which veteran jazz guitarist Marc Ribot lends his acoustic guitar. The average song length is around 2 minutes, with only two items exceeding the 3-minute mark – quite surprising in a world where over-60-minute albums (even self-released ones) seem to be the rule. However, as mentioned above, the album is uncommonly dense, and nowhere as immediate as a superficial listen would suggest. Savoldelli’s skill at creating varied atmospheres in each of the songs, compressed as they are by their limited running time, is to be admired. This is a highly technical effort, but in a very different way from the flashy offerings of so many conventional progressive rock bands. Savoldelli’s voice, far from being just a beautiful but soulless instrument, is full of warmth and humour - basically high-pitched, yet very well-modulated, never jarring or grating. While the Stratos comparisons are inevitable, Savoldelli comes across as somewhat more restrained. He also sounds as someone who is actually enjoying what he is doing, and not just going through the motions in order to wow his audience with his impressive technique. The album’s lyrics mingle Italian and English, and follow the humorous, somewhat nonsensical strain typical of Canterbury or RIO/Avant bands. As a whole, the album exudes an optimistic mood that is a welcome change from the tons of bands or artists that go the existentialist route, and take themselves and their music far too seriously. Opener Andywalker already sounds like a statement of intent, with Savoldelli’s incredible vocal weaves interspersed by funny, cartoonish sounds. The following song, Circlecircus, shares the same upbeat quality, and includes a sort of rap section; while Mindjoke has a strong Latin flavour, bolstered by Marc Ribot’s stylish, laid-back guitar and Savoldelli’s harmonious singing. The title-track, which also features Ribot’s contribution, is in a very similar vein. A sudden change in atmosphere occurs with the touching Moonchurch, in which – as the title implies – Savoldelli reproduces a whole choir of angelic voices. In sharp contrast, the very intense, exhilarating vocal performance and rhythmic feel of Jimi Hendrix cover Crosstown Traffic take the listener into decidedly rock territory. The upbeat, vintage-style melody of De-Toxic Hatefull may be somewhat reminiscent of Yes’ vocal harmonies, while the bluesy torch song In the Seventh Year sees Savoldelli’s voice sounding deeper than usual, wistful and passionate. The delicate Bluechild also features a very sensitive interpretation by the artist, who almost whispers the words at the beginning, and then turns more assertive, almost in a gospel vein. At the close of the album we find two vocal-only versions of Mindjoke and Insanology, and a real delight for Gentle Giant fans – Io, possibly the most experimental item on display, is sharply reminiscent of the song Knots from the “Octopus” album. Without any doubt, “Insanology” is a stunning debut album, a disc brimming with ideas and freshness that should appeal to everyone with even a passing interest in authentically progressive music. Definitely more accessible than Savoldelli’s recordings with Elliott Sharp and SADO, it is a must for fans of distinctive vocal performances. In spite of its upbeat, uplifting nature, however, it should not be forgotten that there are years of serious study and research behind it.


Conclusion. Those who are keen on exploring new avenues in music, and are intrigued by the creative possibilities offered by the human voice, will find “Insanology” very much to their taste. Obviously, lovers of conventionally arranged progressive rock might find this album boring, or simply a tad one-dimensional. However, as baffling as this disc might be for those used to a more traditional approach to music (especially as regards the presence of actual instruments), I would recommend everyone to give “Insanology” a try. They might be in for a very pleasant surprise.

 

Raffaella Berry - http://www.progressor.net/review/savoldelli_2007.html - 01-02-2010

 

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Giorni contati anche per l’uscita dell’esplosivo ELECTRIC BABYLAND. Il nuovo disco dei Thee Jones Bones. Sono infatti in fase di completamento gli ultimi dettagli della produzione ma possiamo a questo punto riportarvi i testi che, sotto lo pseudonimo di Whisky Brothers, sono stati scritti dal Ducoli e Luca “Zeus” Morzenti, e che qui sotto sono completi degli ermetici e “censurate” sintesi.

 

L’album, che riporta una delle copertine più temerarie della storia della musica di sempre, verrà presentato il prossimo mese di marzo al Bar Bai di Pisogne (Bs).

 

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Un’ultima precisazione …. piccola appendice al tempo passato

 

Sono il DUCOLI e non l’amministratore del sito, scusate questa mia interruzione così particolare per la mia piccola carriera, ma non potevo esimermi da questi necessarie precisazioni.

 

Casualmente ieri sera mi sono re-imbattuto nella recensione di Jokerjohnny II, a suo tempo scritta da Cristian Verzelletti di Mescalina. Noto con stupore che il disarticolato testo dell’epoca è stato però modificato, colmando la mancanza di alcune imprecisioni da parte del recensore al tempo segnalate e che qui di seguito vado ad elencare:

 

1.      Dopo aver letto che “i protagonisti cavalcano chini su qualche ronzino lungo un tracciato che si fatica a distinguere dalle rocce, dal buio e dal nulla”, il sottoscritto segnalò al recensore che la copertina dell’album (come anche specificato nel booklet del disco) riportava la storica fotografia di E. Curtis “The vanishing race”, ovvero il “manifesto” della causa per la rivendicazione dei diritti dei Nativi del nordamerica.

 

Mi fa molto piacere osservare che la recensione si sia arricchita di forbite (… e suggerite) citazioni, che tuttavia non tralasciano di ricondurre il dramma del Vanishing race  ad una semplice esibizione di “ronzini”.

 

2.      L’allora definito “confuso omaggio a Rino Gaetano” è ora diventato “Il disco è cupo e ostico, attraversato da umori blues e da alcuni spettri tra cui quello confuso di Rino Gaetano”, probabilmente a seguito della mia precisazione all’autore riguardo al fatto che intitolare una canzone “Rino” probabilmente possa presumere una minima possibilità di interesse nei confronti del musicista citato …

 

3.      Ribadisco il fatto di avere comunicato al sito MESCALINA, già successivamente alla prima recensione, di eliminare qualsiasi riferimento all’attività artistica del sottoscritto: il fatto di trovare comunque una recensione a me riguardante, ed oltretutto modificata nel suo contenuto, non fa assolutamente piacere. Ritenendomi un serio “professionista”, pretenderei lo stesso atteggiamento anche da figure ben più istituzionalizzate…

 

L’ultimo pensiero, parafrasando le parole di Thee Jones Bones, è rivolto a The Spanish Johnny: Rock’n’Roll is a lifestyle…

 

26 dicembre 2009

 

Il Ducoli entra a far parte della scuderia di Merendine Musica (www.merendinemusica.com).

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Sono ufficialmente terminati i lavori per la realizzazione di Piccoli animaletti. Il disco dovrebbe uscire ufficialmente il 14 febbraio prossimo (“giorno del patrono” … come sostiene sempre il Ducoli quando lo accusano di romanticismo calendariale …). Da gennaio sarà già disponibile on-line il singolo de “La Malura”, corredato nientemeno che da un “esplosivo” videoclip realizzato dalla Angiolinoss Film. La data e il luogo di presentazione del nuovo disco sono invece ancora in fase di definizione ma presto ci saranno notizie più precise.

 

PICCOLI ANIMALETTI

 

Ellade Bandini, batteria

Max Gabanizza, basso

Giorgio Cordini, bouzuki

Michele Gazich, violino

Mario Stivala, chitarre

Mirko Spreafico, percussioni

Andrey Kutov, pianoforte

Valerio Gaffurini, hammond

Eugenio Samon, tromba

 

Parte 1. ANIMALI PSEUDONOTTURNI

 

La Malura

I miei cento difetti

Una silvia

Una nuova citta’

 

Parte 2. ANIMALI QUASIDIURNI

 

Il mulo

Cicinciallegra

Il Laccabue

Piccoli animaletti

 

Parte 3. ANIMALI LUMINONEUTRI

 

Un germano irreale

Dialogo di guerra

Sopra il davanzale

Il carro

Rattus

Le renne sulla neve perenne

 

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3 novembre 2009

 

Lo scrittore e giornalista Paolo “Crazy” Carnevale ha parlato di “I leave my place to the bitches” su Late for the sky (tp://www.lateforthesky.org/tag/cobb-the-other-apostles/):

 

Quello che colpisce maggiormente nei prodotti discografici targati Alessandro Ducoli, sia che si tratti di lavori come quelli con i Bartolino’s o altri gruppi con cui da sfogo ai suoi impulsi cantautorali, sia che si tratti di dischi dall’impianto più dichiaratamente rock (il disco che sto recensendo e quelli degli Sanishjohnny), è l’incredibile spontaneità, che li attraversano dall’inizio alla fine. Ducoli è un genuino su tutti i fronti, uno che fa dischi perché gli piace farli, forse sotto sotto accarezza anche il sogno di ritagliarsi una fetta di fama o successo, ma in realtà non ne ha bisogno, perché la mole di dischi che ha prodotto in poco più di dieci anni di attività gli è già valsa comunque un bel posto tra i musicisti degni di rispetto. Ducoli è un generoso in tutti i sensi, perché c’è bisogno di dischi come questo, un disco pieno di energia, sicuramente più da band rispetto al precedente, che peraltro godeva di una magia tutta sua e per certi versi mi aveva forse colpito di più. Forse ora manca l’effetto sorpresa, ma in compenso c’è una classe da vendere, e come sempre l’urgenza di dire delle cose, a partire dal concetto, anzi dal fatto reale da cui il disco prende il titolo: una triste considerazione sul fatto che la maggior parte dei bar in cui il nostro era solito esibirsi sono diventati locali da spogliarello, nella migliore delle ipotesi. E allora ecco spiegato perché Ducoli/Cobb lascia il suo posto alle signorine, nei confronti delle quali peraltro non nasconde una certa simpatia.

 

Un disco quasi interamente elettrico: rispetto a Easylove, il suo predecessore, ci sono forti venature funk, dall’iniziale title track (uno shuffle) alla successiva Like a Rolling Stones (dal titolo fuorviante). Il riferimento sembrano essere gli anni ‘70, soli di chitarra squarcianti, tastiere penetranti, una voce femminile al posto giusto, come nell’ottima Straight Up Coffee. Piace anche la nonchalance con cui Ducoli/Cobb, quasi a sottolineare questo dualismo di identità, passa dalla lingua inglese all’italiano nel corso della stessa canzone. E soprattutto piace pensare che in una remota valle dell’alta Italia ci sia qualcuno con le palle di continuare a fare la musica in cui crede con tanta costanza e prolificità. E vale la pena di tessere le lodi di House In The Woods, il brano che conclude questa ennesima fatica del nostro: non ho dubbi che se Neil Young ascoltasse questa canzone direbbe che l’avrebbe voluta scrivere lui, lui che nel suo ultimo disco non è riuscito a includerne nemmeno una che sia bella solo la metà di questa.

 

Paolo Crazy Carnevale

 

31 ottobre 2009

 

In attesa della seconda puntata di (Soltanto) con la musica dedicata al Ducoli e prevista per il 30 novembre prossimo, potete rivedere la prima direttamente dal sito di Merendine Musica (http://www.merendinemusica.com/).

 

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Arriva il Lurido Live! È stato stampato in sole 125 copiesuperdeluxe e verrà presentato dall’Associazione Mammut al Barbai di Pisogne giovedì 12 novembre prossimo. Lurido Live: prodotto da Edizioni Latakia per l’Associazione Culturale Mammut, a cura dello stesso Ducoli e di Luca “Zeus” Morzenti. Nel live viene riproposta la performance del Ducoli e di Andrei Kutov al Mammut Festival di quest’estate. Chi lo volesse prenotare può richiederlo direttamente al Ducoli nelle info del sito (baccoilmatto@libero.it).

 

Il soldato dell’amore

Un piede nella fossa quell’altro sulla vanga

Ti ti ti ti

Omicidio consentito

Se tu mi vuoi

Delirio ordinario

Giovanna

Sogni e visioni

Benny Jag Blue

Ho trovato l’oro

Perduta

Una Silvia

Nuda e cruda

Can’t help falling in love with you

Tutta colpa sua

Sgangherata

Anche io non posso entrare

 

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È uscito per Edizioni LatakiaDiario di un giovane fumatore”, il libro patrocinato da Brebbia Pipe scritto dal Ducoli e da Guido Lavazza. Chi lo volesse prenotare può richiederlo direttamente al Ducoli nelle info del sito (baccoilmatto@libero.it).

 

Un’inventata sfida letteraria fra due dei più grandi autori del Novecento, due racconti paralleli che mettono a confronto vite completamente differenti, un viaggio lungo una settimana dove si mescolano la distaccata serietà del fumatore e l’ironico disincanto degli autori.

Un libro in cui Jack London e Arthur Conan Doyle esplorano l’universo della pipa in un modo assolutamente originale, come nessuno aveva mai fatto prima, rendendo omaggio all’antica arte del fumare la pipa.

 

***

 

Il Ducoli, in collaborazione con Luca “Zeus” Morzenti ha scritto i testi di ElectricBabyland. Il nuovo disco di Thee Jones Bones uscirà a breve ma per ora non  possiamo anticipare nulla di più.

 

23 ottobre 2009

 

Ancora ritardi sulla realizzazione di Piccoli Animaletti la cui uscita sembra saltare a gennaio 2010.

 

Il Ducoli parteciperà alla compilation Brescia canta il Natale nelle pievi con il brano Le renne sulla neve perenne. All’iniziativa partecipano anche: Fulvio Anelli, Rhytm & Sax Jazz Ensemble, Oscar Del Barba, Beppe Donadio, Ettore Giuradei, Daniele Gozzetti, Roberto Guarneri, Le Cornamuse della Franciacorta, Enrico Mantovani, Malghesetti, Paolo Milzani e Selvaggi band.  In attesa di ascoltare l’intero lavoro vi anticipiamo il testo della canzone del Ducoli:

 

 

Le renne sulla neve perenne (26 dicembre 2008)

 

Santo Nedàl, pargòl de i

Persa la cràpa, la resta la giàca

Santa Pazienza, la me làga amò senza

La dìs ché la nòt, la ‘òl mìga beshòc

 

Santo Catìf, fò fadìga a capì

Persa la gamba, tacàda a la banda

Santa Sfurtüna, l’è bianca la lüna

L’è negra, l’è üna, l’è hempèr a’ chèla

 

Santa Miseria, la cünta la storia

La gira, la ‘olta, l’è cürta, l’è storta

Santo Demonio, go ‘it la paura

Antonio l’è ùra de dàga ‘a la sciùra

 

Santo Nedàl, la màl …

 

Santo Natale, il Bambino è ubriaco

Ha perso la testa, si vede solo la giacca

Santa Pazienza, mi lascia sempre senza

La notte è questione da grandi, pazienza

 

Santo Cattivo, non riesco a capire

E non sto più seduto quando sento la musica

Santa Sfortuna, la luna è bianca

Invece la sfortuna non cambia colore

 

Santa Miseria, sono tutte balle

Comunque la giri  è sempre così

Santo Demonio, ho avuto un po’ di paura

Ma mi sto difendendo bene …

 

Santo Natale … fa male

 

17 settembre 2009

 

La canzone Tombstone, tratta da Jokerjohnny I degli Spanish Johnny, è stata scelta per far parte della compilationDal profondo” curata dall’associazione Latlantide il cui ricavato sarà destinato alla realizzazione di un pozzo d'acqua in Kenya intitolato alla memoria di Paolo "Zico" Mozzicafreddo.

 

http://www.latlantide.it/discografia_f.htm

 

 

9 settembre 2009

Lunedì 12 ottobre alle ore 18 andrà in onda su Brescia Teletutto la prima delle due puntate di "(Soltanto) Con la Musica" dedicata al Ducoli e curata da Merendine Musica.

25 agosto 2009

Non ci sono anticipazioni in merito al nuovo disco del Ducoli che sembra essere ormai in dirittura d’arrivo; la data della pubblicazione sembra essere ottobre-novembre-dicembre e quindi, nella sostanza, ancora un gran casino! Nel frattempo prosegue l’attività live che ha trovato la scorsa settimana lo straordinario compagno di viaggio Nicola Morandini:

http://www.annicolaf.it/photo/ducoli/index.html

19 agosto 2009

Agosto 2009 è stato un mese “strano”, più degli altri … ciao Nanda …

“Sono i tuoi occhi abbassati

A raccontare che cosa è successo,

Lo sai che non servono questi dettagli

Dimmi soltanto che occhi proponi girato di spalle ...

Il suono di questo quartiere è ancora gentile

Le ruote guadagnano i campi e ricomincio a pensare

Due cani si annusano in mezzo alla strada

Una casa, un ufficio postale, persone

La nostra città nella luce di questo mattino … The Morning …”

Dedicato a

Fernanda Pivano

(Genova, 18 luglio del 1917 – Milano, 18 Agosto 2009)

6 agosto 2009

Mindjoke


... Joek don't feed my monkey, junky Joek, so don't need my honky, tonky junky Joek
.... you fuckin' junkey

Poca vita, poco tempo a dispozione, io
Questa vita, troppe cose rimaste lì a metà
Così a me piace come sei
Mi piace soltanto come vuoi
Come sogno, lei diventa
Traduce nell'azione la mia testa .....

Con la mente che si muove
La mia mente non è da sola, solo io
Convivo con la mia deviata deviazione ....

Riflessi più chiari e tu, riflessi che riflettono che
Che sei riuscita bene .... sei la strada, storta e curva, vita distorta e corta, gioca
Mentre ritorna la mia fica per dare la sua forma alla mia idea

Dedicato a

Willy DeVille

(Stamford, Ct, 25 agosto 1950 – New York, 6 Agosto 2009)

9 luglio 2009

L’Associazione Claudio Mazzitello di Cariati Marina (Cz), ha premiato L’Armistizio come migliore canzone dell’Edizione 2009. Il Ducoli, accompagnato da Andrey Kutov, si è esibito nell’ambito dell’iniziativa con altri cinque artisti invitati per la manifestazione. Il premio della critica è stato assegnato exequo a Federico Ferrandina  e Angelo Longo.

“Grazie a Pierelena, Maria Teresa e Tonino, e grazie all’Associazione Claudio Mazzitello, che hanno creduto nel progetto Artemisia Absinthium ... non era ancora successo in oltre dieci anni di canzoni. Grazie anche ad Andrey che mi deve sopportare ogni volta e ogni volta è sempre l’elemento decisivo dei miei concerti. Cariati Marina ricorda Claudio con grande amore, vi invito a cercare le sue canzoni e a conoscere la sua storia … tutto il resto non serve”. Ducolo

www.claudiomazzitello.com

http://www.myspace.com/giuseppeparise

Finalisti:

Alessandro Ducoli

Gennaro Esposito
Federico Ferrandina
Diego Greco
Kosmopolitan
Angelo Longo

Giuria:

Roberta Barberini - organizzazione MEI (Meeting Etichette Indipendenti)

Francesco Villani - compositore, strumentista

Francesco Micocci - editore musicale IT

Angelo Di Martino - produttore discografico

Amedeo Furfaro - critico musicale

Duccio Pasqua - conduttore "Notturno Italiano" (Rai International) e giornalista "Il Giornale"

Paolo Talanca - critico della canzone

John Vignola - conduttore radiofonico (Radio 1) e giornalista musicale (Il Mucchio Selvaggio, Vanity Fair)

Alessandro Sgritta - critico musicale

Gennaro Ruffolo - compositore, strumentista