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Prodotto da Alessandro Ducoli. Scritto e arrangiato da Alessandro Ducoli e Mario Stivala (testi di Alessandro Ducoli). Suonato dai Bartolino’s: Mirko Spreafico, Alessandra Cecala, Andrey Kutov, Mario Stivala, Alessandro Ducoli. Registrato, mixato e masterizzato da Valerio Gaffurini e Claudio Lancini all’XTR Studio (febbraio-marzo 2008). Grafica di Armando Bolivar (illustrazioni © L’Aventurine - Parigi, 2001; foto © Fabio Gamba - Phocus Agency). Grazie a Paolo “Crazy” Carnevale, Massimo Piliego (Altri Suoni), Paolo Mazzucchelli, Lina Milani, Massimiliano Arvati e Francesca Vischioni.

 

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(…) Ho sempre pensato che i pazzi fossero tutti portoghesi. Invece ho scoperto che la follia non è un marchio di bandiera ma una malattia che travalica confini di ogni genere. Ho passato tre anni a inseguire il Ducoli per due motivi principali: mi deve ancora dei soldi (e nemmeno pochi); devo capire se fà i dischi per avere una buona scusa per non pagarmi. In tre anni l’ho visto due sole volte e sempre a Lisbona. Sempre per consegnarmi la sua ultima “fatica discografica”. Ogni volta è sempre di fretta. Ogni volta mi supplica di capirlo se a volte non è del tutto chiaro in quello che dice e fa. Ogni volta senza parlare dei soldi che gli ho prestato per comprarsi una barca che credo nemmeno abbia mai visto nessun tipo di onda. Io penso di essere un gentiluomo e penso anche che tra gentiluomini non occorra parlare di certe cose. Quindi non ne ho parlato. Evidentemente lui non è il gentiluomo che vorrebbe sembrare.

 

Comunque a parte questo mi ha lasciato questa Artemisia Absinthium. Lo ha registrato in inverno perché dice che un disco estivo viene meglio se lo canti quando fa freddo. Dice che ci si mette più desiderio di caldo e alla fine il caldo viene fuori davvero. Questa premessa da sola ha contribuito non poco ad avvicinare questo disco alla pattumiera sotto il mio lavello. Le mie recensioni varranno anche sempre di meno ma conservo ancora un po’ di principio. Quindi ve ne parlerò quando risolverà le nostre vecchie questioni. Per ora vi dico solo quello che mi ha scritto l’altro ieri quando è tornato in Italia: “Ciao Max, ti piace l’Artemisia!? È un disco da paura. Mi è costato un sacco di sacrifici ma suona davvero come speravo. Le canzoni le ho scritte quasi tutte con Mario per cui ci troverai un po’ meno delle solite cose che ripeto sempre quando faccio da solo. A parte tutto, quando fai la recensione mandamela prima perché vorrei essere sicuro che hai capito cosa dice questo disco. Non per correggerti le recensioni ma semplicemente perché ho sempre paura di essere frainteso. Dimenticavo … la Malaspina è ancora attraccata giù al porto, alla fine non sono riuscito a pagare le spese per sistemarla e se la sono tenuti quelli lì. Se vuoi riscattarla dicono che dopo quasi cinque anni i costi sono un po’ lievitati ma nemmeno di tanto. In caso facciamo che la riscatti tu e siamo pari di tutto. Sei un vero amico. Ciao”.

 

Credo che aspetterò ancora un po’ prima di parlarvi di questa Artemisia. Sempre che nel frattempo non sia finita sotto il lavello. Ciao.

 

 

(Maximillian Dutchman. Lisbona, 27 marzo 2008)

 

 

 

Ducoli, Artemisia absinthium (2008)

 

 

Mojita

Meridiana

Artemisia

Arti e mestieri

L’armistizio

Il secondo giorno di maggio

Rosa del vento

 

 

Mojita (28 aprile 2007)

 

Fresca come ghiaccio e menta che dissetano la calda vita

Che cancellano la mia fatica per la tua.

Usami per la tua sete, vestita come un sole giallo

Sale che diventa dolce sul tuo collo

 

Sono la più piccola barca perduta nel tuo grande mare di pirati drogati e mercenari

Sono la bandiera bianca di fronte alla tua grande guerra di mestiere e di passione

Erba della mia salute, medicina della mia natura di animale da cortile

Lasciami rimettere a posto tutto quello che mi resta buono per continuare.

 

Sono la più piccola goccia non riesco a fare grande il fiume derubato dagli ingrati

Sono l'ultimo soldato a difesa della prima linea di confine dalla tua fine

Centro della magnitude, cura della mia natura di animale disarmato

Lasciami rimettere a posto quello che mi resta buono per continuare.

 

 

Meridiana (5 maggio 2007)

 

Io non voglio credere più a niente

Credere che siano la meglio soluzione

Guardo un orologio, segna un'ora difettosa

La tua alternativa, come sempre più precisa

 

Sono uno straniero, ho sbagliato l'emisfero

Sono il grigio che combatte il tuo colore

Non darmi più, il tuo consiglio quotidiano

Non devi darmi niente per favore

 

Io non voglio avere un mestiere da becchino

Mi basta qualche piatto di acqua e di becchime

Passa la corriera impreziosita per la fiera

Muove questa polvere di terra e foglia morta

 

Sono Calimero in mezzo agli aeroplani

Distesi con le ali sul futuro

Non fare più la preziosa per favore

Lasciami un appunto sulla porta.

 

Io non voglio essere il soldato di nessuno

Ho perso già due braccia l'anno scorso sul confine

C'erano i tuoi cari congedati al ministero

Tuo padre mi insultava, tua madre lo capiva

 

Sono il cameriere di questo ferragosto

Verande che diventano ghirlande

Non dirmi più che sei decisa

Perché so che tutto quanto adesso è a posto

 

 

Artemisia (9 dicembre 2006)

 

La tua generosa attenzione mi piace

Il segno che lascia per me, la tua cicatrice

Ma qui non si può

 

Io sono ferito ma sento la tua curatrice attenzione, mi dice

Che avremo da dirci, proporci e farci più cose

Ma qui non si può

Io sono ferito, sono colpito

 

 

Arti e mestieri (22 luglio 2001)

 

Cadaveri d'insetti e bottiglie

Una tregua per la nostra guerra

Il cadavere di un letto sfatto

Residuo bellico di un sabato andato, quasi cercato

 

Sopravvissuti alla caduta dell'impero dell'uomo

Ipnotizzati, ricoverati

Siamo come i soldati

Non lo sappiamo cosa stiamo facendo

Si muove il mondo mentre stiamo ridendo

 

I buoni e i cattivi esempi

Le buone e le cattive maniere

Nelle città riempite di professori

Nelle città che una volta erano arti e mestieri

 

Perdonami ogni volta che puoi

Se qualche volta ho paura di noi

Mentre di fuori sta passando la quiete

Mentre ti guardo e mi ritorna la sete

 

 

L'armistizio (22 settembre 2007)

 

Io sono contento che passi questo tempo senza guerra

Che lasci che mi possa rialzare

Non sono ancora pronto, mi servono cannoni più precisi

Le mappe del tuo campo di narcisi

 

In questi pomeriggi di armistizio

Il vizio controllato e malandato

Mi serve un diversivo un po' diverso

Il mio non garantisce il risultato

 

Aggiungerò due gocce di stramonio

Nelle foglie che coltivi con il bacio e con l'amore

Per drogarmi con lo zucchero e finirmi mentre sogno che mi vuoi

È la migliore soluzione per fuggire dall'assedio

Io ti aggiungerò due gocce di stramonio

Nelle foglie che coltivi con il bacio e con l'amore

Per drogarmi con lo zucchero e finirmi mentre sogno che mi vuoi

Perché un assaggio di alcaloide è la migliore strategia di sabotaggio

 

 

Il secondo giorno di maggio (2 maggio 2007)

 

Continuano a crescere case, continuano a crescere cose

Niente di quello che ho intorno mi sembra mio

Un cane che cammina sul bordo lungo quella dritta linea bianca

Penso che abbia deciso che sia meglio così

 

Sull'angolo del tuo terrazzo dove hai messo il tuo vaso di fiori

Che hanno avuto l'acqua per il giorno e aspetteranno la sera

Sono qui davanti ai legni chiusi che proteggono la tua finestra

Mentre vado dietro a questo cane come fosse il maestro

 

La tua nuova collezione di rose e di passione

La mia sempre uguale condizione

Le nuvole proseguono il viaggio, miliardi di gocce di acqua

Che lasciano il nostro cielo a questo maggio

 

 

Rosa del vento (29 giugno 2005)

 

In questa nuova casa, sto sempre qui a cercare

Più nuove e più precise soluzioni

I nuovi meccanismi per questa evoluzione

Il mio viaggio per la terra è cominciato

 

Mentre passano i divieti per le nuove traiettorie

Siamo condannati al suolo per natura

Io riesco a navigare in assenza di atmosfera

Io riesco a fare il giro del sistema

 

Una nuova linea di vento e correnti

L'ascesa trova il punto del suo inizio

Passano i viaggianti, passano paesaggi

Passano parole nella mente

 

 

 

L’Artemisia

Un racconto

2008

 

Cap. 1. L’Artemisia

Cap. 2. La Mojita

Cap. 3. La Meridiana

Cap. 4. Le Arti e i Mestieri

Cap. 5. L’Armistizio

Cap. 6. Il Secondo Giorno di Maggio

Cap. 7. Epilogo: La Rosa del Vento

 


Cap. I  Artemisia

Il tabacco appena acceso lasciava andare il suo camino di fumo verso la finestra rimasta socchiusa. Un tabacco importante: Sancho Panza Bellicosos. Un sigaro di quelli che non si fumano spesso, forse neanche più in produzione. Ovviamente ancora più buono perchè non pagato. Mi fu offerto quasi con spregio.

 

Era appena cominciato il mattino e quei cerchi di fumo lento sembravano fantasmi decisi ad abbandonare per sempre la casa di Artemisia. Con classe, proprio come fà il fumo quando sale verso l'ignoto. Era come se in qualche modo confermassero la scelta migliore da fare: uscire da quella casa senza lasciare nessun'altra traccia che odore di fumo.

 

Il processo alle mie intenzioni aveva ormai trovato il suo prevedibile epilogo, lo avevo già intuito dalla voce del Sig. Bruno quando mi chiese di aspettare nello studio, solo per cinque minuti. Il vecchio mi accese il “mio ultimo Puro” quasi come che avesse lo stesso sapore dell'ultimo desiderio concesso ad un condannato alla forca. Per rendere ancora più perfetta la sua perfetta convinzione provai a guardarlo accennando una faccia sconfitta, come quella che può avere un porco di fronte al macellaio. Forse mi riuscì al massimo di assomigliare ad un cane ineducato appena trovato a pisciare sul tappeto, ma comunque fu una faccia efficace: il vecchio capì che avevo capito... così pensava.

 

Non mi fu concesso nessun altro genere di conforto. Neanche un piccolo sorso di acquavite di malto di cui il padrone di casa era appassionato almeno quanto di tabacchi. Solo un ultimo sigaro prima di buttarmi fuori a calci nel culo. La loro colazione preziosa stava per cominciare e la mia presenza in quella casa non doveva essere di ulteriore disturbo. La mia ammissione di colpa non servì nemmeno ad addolcire gli animi: non c'era niente di vero in quello che avevo raccontato del mio passato e loro avevano buon diritto a darmi del bugiardo. Del resto al vecchio non sfuggiva mai nulla... gli bastò una telefonata ad un paio di amici per sapere che alla direzione del settore qualità della Zechbauer di Monaco non c'era nessun giovane rampante Mr. Du Bré.

 

In verità non avevo capito fino in fondo quale fosse per loro la mia vera colpa. Il giudizio infatti non fu mai completamente pronunciato. Fu una condanna senza giudizio. In pieno stile “buona famiglia”. In effetti la colpa poteva anche essere facilmente intuita dal momento che la loro dolce Artemisia era il vero patrimonio di quella casa, ma in quel caso la colpa andava quantomeno divisa tra due condannati. Anche se non equamente, quantomeno divisa. Era stata infatti lei a volermi conoscere e volere ad ogni costo approfondire questa conoscenza. Io ero solo un perfetto sconosciuto, come tanti. Mi ero semplicemente limitato ad agevolare il nostro incontro. Oppure fu invece il mio innocente tentativo di spacciarmi per affermato uomo d'affari di una delle migliori case di produzione di tabacchi del mondo ad essere inteso nel peggiore dei modi. Il Sig. Bruno era un serio uomo d’affari e la mia invasione nei territori del buisinnes non fu proprio tollerata. Una delle due colpe comunque. Ad ogni buon conto non fui denunciato, subii solo una condanna definitiva di inferiorità, un “Non si faccia più vedere in questa casa Mr. Du Bré altrimenti mi vedrò costretto a proseguire la nostra conoscenza nelle sedi più opportune”. Tutto andava secondo i miei piani.

 

Mentre assaporavo il “mio sigaro” provavo ad immaginarmi le colpe peggiori che si possono portare in una casa come quella. Come ad esempio lasciare intuire al proprietario che si hanno delle idee terroristiche fondate. I personaggi affermati infatti odiano la guerriglia se non è gestibile ai propri scopi. Oppure dimenticare una moka accesa sul gas. La casa è il luogo sacro e un'esplosione potrebbe mandare tutto in disgrazia. Oppure aprire la porta di un cesso senza bussare. Sarebbe inelegante durante una ceretta figuriamoci durante una diarrea. Oppure avere del fango incastrato male sotto le suole delle scarpe e insudiciare il tappeto appena rilucidato a nuovo. Cose del genere… drammatiche.

 

Invece ero semplicemente stato sorpreso a mentire. Intollerabile per una sana famiglia di ferro. La solita colpa delle cose che vanno sempre come devono andare… previsto o non previsto. In ogni caso era comunque colpa mia, come avevo previsto. Comprese le impreviste tre gocce di veleno che avevo con cura sistemato sulle tre zollette di zucchero grezzo preparate con altrettanta cura per la metodica colazione domenicale dei Signori Allenberger.

 

In fondo in fondo un po' mi dispiacque per Elora ed Artemisia. Avrebbero passato un brutto pomeriggio anche loro. Ma era il prezzo che andava pagato per ottenere la fine di un pericoloso cinico figlio di puttana. Inoltre, alla fine di tutto non avevo sbagliato nulla ed ero soddisfatto per come andarono a finire le cose. Con la fine che meritavano. Senza nessun passo falso. Certo la Signora Elora sapeva che qualche volta ero stato risucchiato da Artemisia in camera sua ma per il resto della faccenda il padre pensava semplicemente che fossi l'ennesimo ciarlatano ingegnatosi nel tentativo di circuire la figlia ed essere eletto al rango di rampollo di casa. Salutai con la classe che si conviene, senza aggiungere altro e chiedendo un sincero “Scusatemi”, oltre ad un “Vi ringrazio di non proseguire la cosa oltre e in altre sedi”. Mi concessi solo il tempo di controllare che la colazione iniziasse secondo i canoni abituali: potevo uscire! Salutai ancora una volta, questa volta con il fazzoletto. Salutai anche Mr. Du Bré e tornai nei miei panni di sempre, quelli di un perfetto sconosciuto che sale su un treno diretto in un'altra città... In un altro paese.

 

Cap. II  La Mojita

Tutto era cominciato un sabato precedente. Era il giorno dello stipendio, quello in cui la percentuale degli ottimisti supera sempre di gran lunga quella dei pessimisti. Ero arrivato da quasi un mese e mi sarei fermato almeno per altri due. Avevo studiato le abitudini di ogni essere vivente di quella città. In ogni dettaglio. La preziosa Artemisia ad esempio aveva imparato ad avere una vita diversa al di fuori dalle mura di casa. Una vita non certo approvabile dai Signori Allenberger ma di certo approvata da un sacco di altra gente. Bisognava comunque ammettere che sapeva gestirsi come un colonnello dell'esercito coloniale. Del resto aveva avuto buoni maestri.

 

Pensavo che fosse ancora prematuro iniziare con troppo anticipo il mio diabolico disegno. Quella sera quindi la mia intenzione era semplicemente di contribuire un poco alla follia del genere umano. Quasi una piccola vacanza dopo un mese di duro soggiorno “lavorativo” e di “studio”. La follia era nelle stesse intenzioni del centouno per cento degli avventori presenti e quindi il mio contributo non avrebbe destato particolare curiosità. Mi ero buttato nella bolgia del barrio e stavo aspettando che la movida collettiva contaminasse ogni cosa. Nei carburanti di ogni motore umano erano stati immessi catalizzatori di ogni tipo. In enormi quantità. Anche nel mio.

 

Si trattava di un angolo di città molto ricercato dai ricercati. Un buco nero e puzzolente riempito di pazzi di ogni razza ed opinione che cercavano un momento di gloria o di semplice distacco dalle cose troppo ordinate della vita. Ognuno di loro era pronto a buttare sul tavolo verde le carte migliori del mazzo. Nessuno escluso, me compreso. C'erano esattori del banco dei pegni, faccendieri in libera uscita, rivoluzionari in congedo, esponenti laici della milizia governativa, avventori e avventrici di anonima astrazione, nullafacenti in attesa di impiego, pittori e pittrici, parrucchieri e parrucchiere, ex arruolati dagli ultimi eserciti della salvezza, gendarmi in libera uscita, peccatori che facevano i signori e peccatrici recidive che facevano le dive. Oltre a me, ovviamente. Per niente diverso da loro. Eravamo niente di meno che soldati semplici buttati tutti insieme nella guerra del casino.

 

In città era scoppiata una nuova moda: tutti avevano iniziato a sentirsi grandi poeti del passato e ognuno raccontava un sacco di cose in rima utilizzando articolati versi. Alcuni addirittura alzandosi in piedi sui tavoli, urlando i propri versi per coprire quelli dell’urlatore del tavolo di fronte. Una guerra più che una moda. Quasi per naturale conseguenza dalla “Gallia” avevano iniziato ad arrivare grandi treni con grandi forniture di artemisia. Tutti bevevano assenzio e raccontavano poesie. Un casino più che un barrio. Anzi, la stessa cosa. Lei ovviamente era in grande vantaggio: il suo botanico nome era un’assoluta garanzia di successo. Ma non erano le poesie che la interessavano, nemmeno l'assenzio. Ma aveva imparato bene il gioco del barrio e sapeva usare la misura a sua misura: sapeva assecondare con una classe ineguagliabile. Sceglieva le sue prede evitando con la stessa cura gli esponenti troppo in vista della “parte buona” della città e quelli meno in vista della “parte cattiva”. I suoi obiettivi erano gli avventori della “parte anonima”. Quelli non invasivi. Purché decisi.

 

Gli schieramenti nemici erano entrati nel vivo della grande battaglia e sui fianchi di ogni soldato si potevano leggere i chiari segni della guerra. Dispersi barcollanti e colpiti. Feriti gravi e meno gravi con in mano grandi bicchieri di salute. Altri audaci in fase di colluttazione piena. Altri ancora pieni di elisir mischiati male. Tutti a ritmo di tamburi e cornamuse. Ai lati della bolgia, pirati e sciacalli che aspettavano soltanto di iniziare la mattanza. I pesci erano ormai esausti. Finiti dentro in una rete sempre più chiusa, senza via di scampo. Quei pirati sembravano avvoltoi in attesa del passo falso del cervo inseguito dai lupi. Erano dei veri e propri cani da sangue, sentivano le grida di stanchezza dei “morenti” e compiaciuti si lucidavano le zanne per l'attacco decisivo. Erano pronti anche questa volta all'arrembaggio finale, pronti a lanciarsi verso una qualsiasi finestra chiusa. Con il sale sulla barba e un coltello in mezzo ai denti. Entrando a piedi pari nella vita di tutte le Artemisie trascurate che, stanche di aspettare soldati caduti al fronte, aspettavano soltanto quelle barbe malandrine.

 

Io nonostante qualche saltuaria distrazione ero abituato a bussare. Il sale lo usavo per la cena e la mia barba trascurata con cura non poteva essere certo paragonata a quelle degli audaci. Inoltre non ho mai scritto nemmeno poesie e l'assenzio non rientra tra le mie piacevoli abitudini. Solo qualche volta e solo per la cortesia. Ero semplicemente un forestiero. Un innocuo forestiero. Quasi sembravo un cronista di guerra inviato da un altro paese per il racconto dei fatti. Discreto e audace al punto giusto. Pronto ad avvicinarmi al pericolo ma senza mai entrarci veramente. Decisamente perfetto per i gusti di Artemisia. Fu infatti lei a chiedermi le generalità. Disse di non avermi mai visto e volle sapere ogni cosa del mio passato… quasi suggerendomi un immediato futuro. Quando le dissi della Zechbauer mi disse che il padre con “noi” faceva affari da molto tempo. Era un grande appassionato di sigari e i tabacchi delle colonie tedesche stavano quasi sempre in cima ai suoi difficili gusti. Avevamo già qualcosa in comune.

 

Continuava a versarmi nettari e profumi ed era sempre più intraprendente. Fresca. Molto fresca. Sembrava il Mojito di agosto, erbette della salute comprese. Conosceva tutti i balli e sapeva scatenarsi senza perdere il controllo. Una vera e propria macchina da guerra. Alla fine della serata, quando il campo di battaglia fu coperto interamente di morti, completò il suo disegno di trasgressione e mi diede nuove coordinate.

 

Cap. III  La meridiana

Il fatto che la madre di Artemisia fosse la sua fotocopia invecchiata non doveva per forza di cose essere interpretato come un presagio cattivo, non dovevo mica passarci tutta la vita con loro. Però mi divertivo comunque a immaginare fantasie... Sua madre tra l'altro non era poi del tutto così male, sembrava infatti che dietro a quella corazza di dura pietra ci fosse comunque un cuore, e da lì avrei potuto cominciare. Disponevo di buoni strumenti adatti per il sasso, avevo anche buone mani e buona scuola, inoltre penso che non occorra mica sempre un “Michelangelo” per ottenere buone forme dalla pietra, basta solo un po' di impegno e di pazienza e a qualche forma comunque ci si arriva sempre… Anche solo abbozzata.

 

Le due “ragazze” uscivano quasi tutti i giorni, sempre insieme. Fu proprio in un incontro pomeridiano che mi proposi come buona alternativa dei consiglieri più fidati di Artemisia. La piccola si era comunque opposta adducendo curiose motivazioni climatico-anagrafiche ma in realtà non tollerava la routine e sentiva minacciata la sua amata e legittima libertà. Sua madre invece, benché mi considerasse l'ennesimo “aspirante di famiglia” ingenuamente raggirato dalla figlia, non era così astiosa e mostrava per me una sincera simpatia. Io sapevo che era una proposta presuntuosa ma sapevo anche che l'audacia era una qualità molto apprezzata, soprattutto da certe madri. Comprese quelle che sceglierebbero per le loro adorate figlie solo i migliori consiglieri.

 

Fu comunque subito chiaro a tutti che si trattava di un inutile ed avventato tentativo di ottenere le grazie della ricca ereditiera. Io lasciavo intendere che a me sembrava comunque un buon punto di partenza, aggiungendo un leggero velo di interesse sentimentale. Inoltre la piccola era sempre stata accompagnata da emeriti coglioni, la maggior parte dei quali scelti dalla madre che “certamente” aveva più chiaro della figlia il concetto di coglione. Che differenza faceva uno in più o in meno: nessuna. Per questo motivo quasi mi trascurarono senza nemmeno domandarsi quale bugia potesse stare dietro la mia vera origine. Le mie informazioni ben mentite infatti bastarono a non indurre quei due serpenti velenosi ad uscire dalla tana nella stagione sbagliata. Il padre ovviamente non era ancora stato informato. Il mio disegno era perfetto.

 

Il Sig. Bruno aveva il vizio che accompagna spesso i vecchi abbienti e disonesti: l'amicizia di cortesia. Era un puttaniere navigato che sapeva nascondere le sue cattive azioni con lo stile e la classe di chi spende un sacco di soldi per condividere la vita con gente uguale a lui. La moglie e la figlia erano ormai dame di compagnia per il suo davvero poco tempo libero. Niente di più. La gran parte del suo tempo infatti era impiegata per la gestione attiva del suo patrimonio, senza curarsi dei mezzi e del sistema utilizzati: “Il fine giustifica il mezzo e il sistema lo decidi tu oppure è meglio levarselo di mezzo”. Questo era il suo motto. Non gli interessava nemmeno la sorte di quelli che per forza o per sfortuna erano passati sotto ai suoi piedi. Qualche amico ben pagato avrebbe sempre comunque risolto ogni problema. Proprio così, proprio come successe vent'anni prima con un capriccioso giovane giornalista di bassa levatura che andava messo a tacere. Un patetico aspirante caporedattore che si era spinto troppo avanti nella sua curiosità e aveva provato a capire in quale modo la buona chimica dei laminatoi della Allenberger & Smith di Dresda si dissolveva nell'aria e nelle acque senza troppe complicazioni. Peraltro con il perfetto benestare di onorati e insospettabili funzionari governativi. Fu un triste incidente a portarsi via il giornalista. Purtroppo in quell'incidente morì anche la moglie ma fu una terribile e sfortunata coincidenza. Sono i rischi del mestiere. Quasi gli stessi rischi di una grande società della cromatura in alluminio che fornisce lavoro ad un sacco di famiglie.

 

Si trattava comunque di cose passate. Oggi infatti i rischi delle sue industrie sono tutti decisamente più contenuti. Sia perché una squadra intelligente non si espone mai al rischio reiterato, sia perché le fabbriche da qualche tempo erano state trasferite nei paesi dove le recenti guerre richiedono un rilancio economico immediato e meno esposto alle eventuali curiosità di qualche ennesimo giovane aspirante caporedattore.

 

Il mio mestiere in quella città invece era semplicemente studiare. Non occorreva capire. Non dovevo farmi troppe domande su come erano accadute le cose. Dovevo semplicemente studiare e avevo studiato abbastanza. Ormai conoscevo ogni singola azione di quella buona famiglia. Quasi ogni cosa. A sufficienza per completare il mio lavoro e il mio obiettivo di vendetta. Nessuno conosceva il mio passato e tanto meno si sarebbe mai immaginato che già in passato avevo iniziato a conoscere le loro usanze e costumi. Cominciavo quasi a divertirmi nel trovare conferma delle loro conferme. I loro vizi e le loro opinioni erano talmente prevedibili che non serviva nemmeno troppa fatica per imparare a dare loro ragione. Si trattava solo di altri pochi giorni e poi ogni cosa sarebbe finita... davvero finita.

 

Cap. IV  Le arti e i mestieri

Dopo la bufera del barrio lei mi aveva lasciato il permesso di chiamarla ma in nessun caso voleva che la cosa continuasse oltre. Le avevo dato ogni garanzia che non avrei mai influenzato le sue decisioni. Del resto si era trattata di una semplice e ordinaria burrascosa avventura e la sua collaudata autoconvinzione le suggeriva di prevedere ogni tipo di conseguenza. Io le avevo assicurato di non avere nessuna intenzione nei suoi confronti se lei non ne avesse avute nei miei. Ovviamente lasciando intuire che invece ero assai dispiaciuto se la cosa fosse finita quel giorno.

 

Quella sera mi aveva insegnato i trucchi per entrare in camera sua evitando con cura le mine antiuomo posizionate nel suo piccolo e grazioso giardinello di città. Bastava arrampicarsi su un ciliegio superstite alle continue richieste di abbattimento avanzate della madre ormai esausta per quelle foglie d'autunno e per quell'eccessiva ombra estiva, per non parlare del continuo vociare di uccelli nidificanti a primavera e dell'infinita tristezza di un albero dalle morte sembianze invernali. Il ciliegio era quindi l'unica sentinella a protezione della piccola Artemisia. Un albero incastrato in un quartiere residenziale di mattoni e cemento. Niente cani e filo spinato per il resto del tragitto. Quando le chiesi se dovevo veramente arrampicarmi sul ciliegio sorrise e mi indicò la porta sul retro, era molto più semplice.

 

Qualche giorno dopo l'avevo incontrata nella quotidiana visita in centro in compagnia della madre: spesa e merenda. Amene attività per una vera e propria coalizione femminile. Due sorelle più che una madre e una figlia. Le avevo invitate a sedersi per prendersi una tazza di caffé. Le mie chiacchere erano subito piaciute. Mostravo un'innata simpatia ben condita da un fare pulito. La signora Elora mi chiese come avessi conosciuto sua figlia, da quale parte della regione arrivassi e che mestiere facevo se avevo il tempo per prendere un caffé al pomeriggio. Tutte domande legittime che ebbero risposte altrettanto legittime. Artemisia era distratta e accennava un malcelato disinteresse.

 

L’Apparire. Questo è l'obiettivo principale della gente. Così a me occorreva apparire una persona fidata e disposta ad accettare la dominazione nemica. Servizievole e gradevole al tempo stesso. Ero l'uomo ideale per questo scopo. Quando la signora si lasciò scappare un invito ad andare a trovarli a casa qualche volta, quasi pensavo che avrei dovuto mandare in burrasca anche la madre ma per lei il tempo della tempesta sembrava già passato da un pezzo. Credo fosse stata solo una piccola invidia per la figlia così uguale alla sua gioventù ad indurla a quell'invito…

 

La prima volta che entrai a casa sua passando dall'ingresso principale passai un intero pomeriggio a parlare delle cose. Le mie passioni potevano contarsi sulle dita di una mano. Le loro passioni erano invece centinaia. Compreso il giardinaggio e la selezione di ibridi di orchidea da competizione. Si trattava comunque di passioni importanti. Soprattutto determinanti per dare alla vita la qualità che si merita. Il Sig. Bruno invece dal lunedì al sabato rientrava solo per dormire e aveva l'unica passione del lavoro. Artemisia aveva imparato in maniera quasi preoccupante l'arte della condivisione. Anche con sua madre riusciva a condividere qualcosa. Forse solo per ingraziarsene attenzioni e protezione, forse solo per riuscire a nascondere meglio le passioni meno condivisibili, forse per trovare un valido alleato quando il padre si arrabbiava seriamente. Ecco perché dietro quella strana ingenuità si nascondeva una perfida certezza. Io non davo l'impressione di essere troppo analitico e mi comportavo quasi esattamente come un cane: ascoltavo e intuivo l'importanza del ricevere consiglio.

 

Non capirò mai veramente quale sia l'utilità del polo. Fino a quel giorno pensavo semplicemente che i poli fossero due, ma niente cavallo e niente porticine con palle di legno, niente circolo chiuso. Solo il polo nord e il polo sud. Due circoli polari. Da una parte i pinguini e dall'altra gli orsi bianchi. Ma non lasciai intendere cosa pensavo veramente mostrando invece il collaudato “sincero interesse” per quelle attività di svago finora sconosciute. Anzi dissi che avrei volentieri imparato anche io. Mi serviva solo un cavallo e un set di mazze adatte al caso.

 

Fu un simpatico pomeriggio. Che si concluse addirittura con un invito alla colazione della domenica mattina. Per conoscere anche il “finto burbero” Sig. Bruno. Se le mie intenzioni erano rivolte ad Artemisia occorreva prima e in ogni caso l'approvazione del padre e comunque mi sarei trovato a mio agio perché la sua conversazione era sempre piacevole e approfondita. Inoltre secondo la madre la mia occupazione alla Zechbauer era un grande e non sottovalutabile punto a mio favore. Avrei potuto anche avere qualche speranza.

 

Cap. V  L'armistizio

La mia “tisana” di assenzio non aveva prodotto i risultati che speravo. Maledette erboristerie. Ti vendono la cura di ogni male e non guariscono mai niente. Per certe cose occorre predisposizione mentale. Il prodotto in sé non è che funziona sempre. Devi essere davvero convinto della tua guarigione. Altrimenti non funziona. È un po' come nelle sedute spiritiche quando il nonno non risponde se non ci credi davvero. Oppure più semplicemente ti risponde “vaffanculo”.

 

Mi ero comunque dato un sacco da fare per procurarmi gli estratti del maleficio ed ero pronto a guadagnarmi il mio definitivo passaporto amatorio con Artemisia. Lei era una vera strega. Un alchimista diplomato. Osservò il mio patetico tentativo di proporle il diversivo e mi raggirò con la grazia di un serpente davanti al coniglio. Riuscì a ridicolizzarmi e apprezzò molto la mia rassegnata manifestazione di inferiorità. Quasi sembrava volersi innamorare di me. E io di lei.

 

La sua vanità era così ben gestita che appariva più una dote naturale che un fastidioso difetto. La sua intelligenza inoltre veniva usata solo all'occasione e mai in nessun caso ostentata. Poi c'era il suo culo: sembrava davvero una scultura. Ma non di un Michelangelo qualsiasi. Dello stesso Michelangelo che fu arruolato dai papi. L'assenzio fece effetto soprattutto su di me, riuscì quasi a cancellare il mio lavoro di un intero mese. Gli effetti deleteri di quella schifezza riscaldata quasi mi indussero ad una piena confessione. Se non che mentre stavo per chiederle scusa e raccontarle ogni cosa mi mise a tacere come fà il serpente con il topolino delle risaie.

 

Sembravo davvero una terra conquistata e sottomessa. Si potevano osservare sul mio corpo i segni del cannone. All'orizzonte solo il fumo che saliva dai granai. La mia faccia era stata ridotta alle catene. Per mia fortuna quel giorno ero entrato dall'ingresso giusto, se avessi dovuto uscire dal terrazzo credo che avrei potuto anche morire. Non riuscivo a camminare sul parquet di ciliegio accuratamente posizionato in camera sua figuriamoci arrampicarmi al contrario per scendere dal ciliegio in giardino. Era quasi meglio la fucilazione. Lei aveva la stessa faccia che hanno le rose… era davvero una strega.

 

Prima di lasciarmi andare mi portò nello studio del Sig. Bruno. Suo padre aveva una collezione di sigari da fare invidia ad un reale d'Inghilterra. L'armadio umidificatore era così grande da sembrare il frigorifero di un elefante. Il mio portasigari a confronto sembrava una pistola ad acqua in mezzo alla polveriera di Radetzky. Non tradii la mia emozione davanti a quel patrimonio, anche perché mi “accontentavo” comunque dei miei adorati e mai sottomessi Zechbauer. Artemisia sembrava apprezzare questa mia emancipazione dalle necessità a priori. Poi con orgogliosa superiorità mostrò al suo prigioniero di conoscere la combinazione di quella cassaforte di tabacchi. Pensai davvero che forse si stava innamorando di me… ma non era del tutto così, voleva solo semplicemente completare la sua diserzione familiare permettendomi di prendermi qualche sigaro prezioso da qualche scatola già aperta. “Non si vive di soli sigari ma prendi quelli che vuoi e non fare il presuntuoso esperto e navigato. Credo che potresti trovarci anche delle buone alternative ai tuoi Zechbauer. Comunque non è un tradimento. Non ti licenzieranno per aver tradito la “bandiera”. Prendila solo come una innocente e semplicissima scappatella. Ci sentiamo per domani. Ricordati, la colazione inizia alle 11. Mi stavo innamorando di lei...

 

Cap  VI Il secondo giorno di maggio

Maledette cattive intenzioni. Ero un assassino, un ladro, un traditore. Ero ogni cosa peggiore che si posa pensare di un essere umano. Eppure nella mia passeggiata pomeridiana mi sentivo quasi innocente. Quasi come un merlo che si appoggia sull'erba di maggio per cercare qualche cavalletta distratta. Oppure come i fiori. Loro non scelgono mai dove stare, si limitano semplicemente a crescere nei metri quadrati che il caso decide per loro. Forse ero solamente un cinico, un ipocrita. Del resto chi usa queste “poetiche immagini” a servizio della propria coscienza è il peggiore degli ipocriti e me riusciva sempre meglio. Soprattutto quando quello che dovevo fare comportava qualche piccolo rimorso di coscienza.

 

Eppure questa meravigliosa e combattiva primavera sembrava davvero sufficiente a giustificare la mia terrificante natura. La mia vendicativa natura di essere umano. Avevo già buttato via i panni di Mr. Du Bré e vestivo i miei abituali vestiti di Mr. Breitner: tedesco con cittadinanza italiana, figlio di Marta Rinetti e Jacob Breitner, uccisi in circostanze misteriose ormai oltre vent'anni prima, adottato dalla sorella di Marta e oggi italiano a tutti gli effetti. Ero tornato nella “capitale” dell'italico nord, la mia terra di oggi: la Lombardia. Un posto comunque infame. Certamente non meno di tanti altri.

 

Passeggiavo lungo il naviglio grande nel mio costume da “italiano” in libera uscita e fumavo uno dei miei adorati Zechbauer: un Gran Corona Brasilia. Ottimo ed economico, meraviglioso per il pomeriggio domenicale. Era passato quasi un mese dalla mia “avventura” nella terra natia e sembrava che il mio futuro non avesse più nessun altro obiettivo. Mi sentivo quasi come un cucciolo di cane lasciato da solo alla mercè dell'atroce giorno. Con l'unico diversivo di risolvere la propria solitudine creandosi una propria unità misura dell'ordine, distruggendo e mordendo ogni cosa a portata di zanne.

 

Al di fuori delle mura della città lo scenario della provincia lombarda mi appariva devastato. Chissà cosa penserebbe Leonardo osservando come sono stati reinterpretati i suoi ideali e insegnamenti urbanistici. Niente. Proprio come il Signor Breitner che passeggia sull'argine del naviglio. Forse penserebbe solo a una grande alluvione. Anche io me lo auspicherei nonostante mio malgrado la mia casa stia al piano terra appena a venti metri dal fiume. Costruita molto prima della ferriera e del cavalcavia della nuova strada statale. Forse “la grande acqua” risolverebbe i problemi urbanistici della provincia ma ne creerebbe altri e oltremodo scomodi alla mia situazione generale. Meglio tenersi questa schifezza di mondo e limitarsi a passeggiare in silenzio, osservando, senza ulteriore impegno, in un goduto e meritato pomeriggio di pausa.

 

Mi ero lasciato cadere sopra a una panchina e il mio piccolo cane arrivò a raccontarmi quale meraviglioso giorno avevamo intorno. La sua lingua quasi mi assaggiò le papille gustative risvegliandomi. Decisi di tornare a casa. Attraverso questa selva di cemento e di autostrade.

 

L'argine del fiume a primavera riesce sempre a darti un po' di tregua. È davvero curativo. Vicino a casa c'è una piccola ansa dove una volta i ragazzi pescavano e nuotavo. Oggi credo che sarebbe sconsigliabile. Si tratta di acqua mischiata con merda e detersivo. Uno strano modo di rovinare un perfetto equilibrio. Buttarci dentro liquami e poi metterci anche il detersivo. Sembra quasi che la gente pensi che le due cose si bilancino da sole. Ma non è così. I pesci nuotano lenti. Sembrano gli sbronzi dentro nel bar che si muovono ondeggiando e sbattendo su tutti i tavoli prima di cadere sulla strada oltre la porta. Sono rassegnati. Forse sono semplicemente abituati. Proprio come questi germani reali che iniziano le arti del corteggiamento senza curarsi di stare in questa fogna. Loro sanno galleggiare nella merda senza troppa fatica e proseguono la loro vita così come è sempre stato. Un po' come noi che non sempre riusciamo ad ottenere buoni risultati. Ecco! Siamo dei germani anche noi … io anche di più. Se sono riusciti ad abituarsi loro che sanno persino volare figuriamoci noi che se ci mettono nella merda dobbiamo starci quasi per forza. Occorre abitudine e poi tutto il resto viene fuori sempre da solo”.

 

Forse non ero stato meno cinico e crudele di quel bastardo di Allenberger. Ma lui aveva pagato la sua vera crudeltà e il suo vergognoso vero cinismo. C’erano voluti vent’anni ma aveva pagato. Io invece alla fine di tutto pensavo che gli uomini sono tutti uguali e non serve farsi ulteriori domande. Occorre semplicemente imparare che si può galleggiare e persino amoreggiare comunque ovunque. Anche dentro al naviglio grande.

 

Dimenticavo... La signora Elora e Artemisia non mettono mai lo zucchero nel cappuccino. Solo in rari casi usano il miele per correggere il Tè. Benché non fossero del tutto innocenti non erano complici degli affari del Sig. Bruno e non si meritavano la sua stessa fine. Tra l'altro sapevo che non avrebbero avuto difficoltà a raccontare che la colpa dell'omicidio era di un certo sconosciuto Du Bré. Sapevo inoltre che alla fine di tutto non sarebbero state poi così dispiaciute della fine capitata a quell'immenso bastardo con cui avevano passato già troppa parte della loro vita. Per quanto riguarda il sottoscritto non credo che verranno mai a cercarmi perché la Germania mi aveva già dimenticato una volta e peraltro, per cose molto più gravi”.

 

Cap. VII  Epilogo: La rosa del vento

Io ti ho commissionato una pagina pubblicitaria per la Zechbauer. Non questa robaccia. Non mi interessa. Ho pensato a te perché la pagano molto bene e so che hai dei problemi che a me non puoi nascondere. Inoltre sei appassionato di tabacchi e te la cavi ancora bene con la grafica. Tutto qui. Niente altro. Invece tu arrivi qui e mi proponi ancora una volta i tuoi capricci letterari. Non va bene. Fammi la cortesia di portarmi quello che ti ho chiesto entro martedi e lascia perdere i romanzi che non sono affar tuo. Il direttore deve proporre la pagina a quelli di Monaco entro sabato sera. Se mi mandi allo sfascio il progetto puoi stare sicuro che non ti proporrò mai più nessun'altra collaborazione”.

 

Jack London non si era limitato a criticare la mia affidabilità professionale. Aveva proseguito ben oltre. Non aveva mostrato nessuna pietà per me. Mi aveva accusato di essere un “... recidivo avventuriero da veranda”. Mi aveva persino insultato attribuendomi la peggiore delle critiche: “... reiterata semplicioneria grammaticale”. Ecco cosa aveva detto. Aggiungendo che non avevo nessuno stile personale, nessuna fantasia e soprattutto di non aggiungere nulla a quello che era già stato scritto, detto o già pensato prima di me. La mia inutilità letteraria era lampante come sono lampanti le cose lampanti. Inoltre il mio racconto era “… lento e scontato. Pieno di imprecisioni e condito da una facile attitudine letteraria”.

 

Non gli era interessato niente del mio innocente tentativo di scrittura. Non aveva nemmeno capito la mia intuizione di “soluzione pubblicitaria”. Eppure eravamo amici da un bel pezzo, da molto prima che quel vecchio rimbambito avesse avuto il suo contratto al giornale. Tra l'altro spesso avevamo condiviso qualche racconto. Avevamo anche intrapreso grandi viaggi per seguire le orme del padre di tutti i Jack London e molte storie di quei viaggi erano finite su quel giornale da bigotti, scritte da lui. Erano storie figlie delle vicende passate insieme se non addirittura la pura trascrizione dei miei discorsi e dei miei pensieri ad alta voce. Altro che verande. Si trattava di ingratitudine vera e propria.

 

Ero andato al giornale per chiedergli semplicemente cosa ne pensava di questa idea che mi era venuta. Poteva anche essere un'originale soluzione pubblicitaria. Niente di più. I sigari non sono sigarette che hanno bisogno di lanci pubblicitari ad effetto immediato come ad esempio mettere su un foglio una baldracca con rossetto porpora che dice “… fumati questa, bambinone. Non ti uccide mica”. I sigari possono anche permettersi un poco di pazienza in più. Inoltre sono da sempre legati a qualche faccenda di letteratura. Tra l'altro quel giornale da necrologi non era certamente un grande esempio di marketing, non ci vedevo niente di male nel provare.

 

Se proprio non gli piaceva il racconto poteva comunque pubblicarmelo nella pagina a pagamento dei lettori. Sulla testata locale infatti si leggeva di tutto: da atroci dissertazioni sull'importanza della precottura a vapore del fagiano, a curiose e preziose informazioni sull'importanza di effettuare la potatura del melo nei periodi di luna calante a dispetto di quello che si pensa; oltre ovviamente a piccole storie raccontate da vari sacrestani disseminati nella provincia e riportanti accurati aneddoti elegificatori delle azioni di preti sempre più trascurati dal Vaticano. Se proprio non gli piaceva l'idea pubblicitaria non vedevo nessun abuso di spazio se dava un po' di spazio anche a me. Del resto anche Jack London aveva fatto la stessa cosa prima di me. Mi sembrava ingenuo ma comunque tollerabile. Di certo non meno invasivo della cronaca nera o della pagina del sindaco.

 

Avevo scelto proprio L’Artemisia perché mi consentiva di metterci dentro la questione dei sigari o forse perché sapevo che portargli le migliori storie poteva significare trovarsele scritte in qualche libro da lui firmato. Meglio non rischiare. Forse il vecchio era solo di malumore. Oppure quel giorno la sua sindrome da foglio bianco lo aveva indotto all'isteria da confronto. Forse pensava che era arrivato il momento di chiedere scusa per aver abusato di quel nome e pensava che insultare un suo vecchio amico avrebbe reso meno pesante la pillola amara. Comunque gli dissi che entro il giorno dopo avrebbe avuto la sua “pagina Zechbauer”, completa di baldracca con grosso sigaro e scritta ad effetto: “... la misura non conta, quando c'è la qualità”.

 

Per quanto riguardava il mio passatempo letterario era invece meglio rivolgersi all'Armando. Come sempre. Il barista della mia “metodica colazione domenicale”. Lui aveva sempre buone orecchie. Non era uno scrittore e gli riuscivano da schifo persino i biglietti d'auguri. Il suo bar era un covo di scrittori sgrammaticati che non avevano mai avuto stile, fantasia o contenuti. Ma erano i suoi clienti e lui li sapeva ascoltare. Ogni tanto persino senza ricordarsi di fargli pagare il caffé. Era l'ascoltatore ideale. Ascoltava davvero bene. Anche quando all'angolo in fondo al banco del bar qualcuno gli diceva “Senti Armando … ti va di sentire il mio nuovo racconto?! Ci vuole solo mezza mattina ma la tua opinione è determinante. Però mi raccomando: non chiedermi cosa è successo veramente se non capisci. Ascolta e basta”.

 

 

 

 

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