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Ducoli’s web site © 2007 |
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Prodotto da Alessandro Ducoli. Scritto e
arrangiato da Alessandro Ducoli e Mario Stivala (testi di Alessandro Ducoli).
Suonato dai Bartolino’s: Mirko Spreafico, Alessandra Cecala, Andrey Kutov,
Mario Stivala, Alessandro Ducoli. Registrato, mixato e masterizzato da
Valerio Gaffurini e Claudio Lancini all’XTR Studio (febbraio-marzo 2008).
Grafica di Armando Bolivar (illustrazioni © L’Aventurine - Parigi, 2001; foto
© Fabio Gamba - Phocus Agency). Grazie a Paolo “Crazy” Carnevale, Massimo
Piliego (Altri Suoni), Paolo Mazzucchelli, Lina Milani, Massimiliano Arvati e
Francesca Vischioni. (…) Ho sempre pensato che i pazzi
fossero tutti portoghesi. Invece ho scoperto che la follia non è un marchio
di bandiera ma una malattia che travalica confini di ogni genere. Ho passato
tre anni a inseguire il Ducoli per due motivi principali: mi deve ancora dei
soldi (e nemmeno pochi); devo capire se fà i dischi per avere una buona scusa
per non pagarmi. In tre anni l’ho visto due sole volte e sempre a Lisbona.
Sempre per consegnarmi la sua ultima “fatica discografica”. Ogni volta è
sempre di fretta. Ogni volta mi supplica di capirlo se a volte non è del
tutto chiaro in quello che dice e fa. Ogni volta senza parlare dei soldi che
gli ho prestato per comprarsi una barca che credo nemmeno abbia mai visto
nessun tipo di onda. Io penso di essere un gentiluomo e penso anche che tra
gentiluomini non occorra parlare di certe cose. Quindi non ne ho parlato.
Evidentemente lui non è il gentiluomo che vorrebbe sembrare. Comunque a parte questo mi ha lasciato
questa Artemisia Absinthium. Lo ha
registrato in inverno perché dice che un disco estivo viene meglio se lo
canti quando fa freddo. Dice che ci si mette più desiderio di caldo e alla
fine il caldo viene fuori davvero. Questa premessa da sola ha contribuito non
poco ad avvicinare questo disco alla pattumiera sotto il mio lavello. Le mie
recensioni varranno anche sempre di meno ma conservo ancora un po’ di
principio. Quindi ve ne parlerò quando risolverà le nostre vecchie questioni.
Per ora vi dico solo quello che mi ha scritto l’altro ieri quando è tornato
in Italia: “Ciao Max, ti piace
l’Artemisia!? È un disco da paura. Mi è costato un sacco di sacrifici ma
suona davvero come speravo. Le canzoni le ho scritte quasi tutte con Mario
per cui ci troverai un po’ meno delle solite cose che ripeto sempre quando
faccio da solo. A parte tutto, quando fai la recensione mandamela prima
perché vorrei essere sicuro che hai capito cosa dice questo disco. Non per
correggerti le recensioni ma semplicemente perché ho sempre paura di essere
frainteso. Dimenticavo … Credo che aspetterò ancora un po’ prima
di parlarvi di questa Artemisia. Sempre che nel frattempo non sia finita
sotto il lavello. Ciao. (Maximillian Dutchman.
Lisbona, 27 marzo 2008) |
Ducoli, Artemisia
absinthium (2008) Mojita Meridiana Artemisia Arti e mestieri L’armistizio Il secondo giorno di
maggio Rosa del vento Mojita (28 aprile 2007) Fresca come ghiaccio e menta che dissetano la calda vita Che cancellano la mia fatica per la tua. Usami per la tua sete, vestita come un sole giallo Sale che diventa dolce sul tuo collo Sono la più piccola barca perduta nel tuo grande mare di
pirati drogati e mercenari Sono la bandiera bianca di fronte alla tua grande guerra di
mestiere e di passione Erba della mia salute, medicina della mia natura di animale da
cortile Lasciami rimettere a posto tutto quello che mi resta buono per
continuare. Sono la più piccola goccia non riesco a fare grande il fiume
derubato dagli ingrati Sono l'ultimo soldato a difesa della prima linea di confine
dalla tua fine Centro della magnitude, cura della mia natura di animale
disarmato Lasciami rimettere a posto quello che mi resta buono per
continuare. Meridiana (5 maggio
2007) Io non voglio credere più a niente Credere che siano la meglio soluzione Guardo un orologio, segna un'ora difettosa La tua alternativa, come sempre più precisa Sono uno straniero, ho sbagliato l'emisfero Sono il grigio che combatte il tuo colore Non darmi più, il tuo consiglio quotidiano Non devi darmi niente per favore Io non voglio avere un mestiere da becchino Mi basta qualche piatto di acqua e di becchime Passa la corriera impreziosita per la fiera Muove questa polvere di terra e foglia morta Sono Calimero in mezzo agli aeroplani Distesi con le ali sul futuro Non fare più la preziosa per favore Lasciami un appunto sulla porta. Io non voglio essere il soldato di nessuno Ho perso già due braccia l'anno scorso sul confine C'erano i tuoi cari congedati al ministero Tuo padre mi insultava, tua madre lo capiva Sono il cameriere di questo ferragosto Verande che diventano ghirlande Non dirmi più che sei decisa Perché so che tutto quanto adesso è a posto Artemisia (9 dicembre
2006) La tua generosa attenzione mi piace Il segno che lascia per me, la tua cicatrice Ma qui non si può Io sono ferito ma sento la tua curatrice attenzione, mi dice Che avremo da dirci, proporci e farci più cose Ma qui non si può Io sono ferito, sono colpito Arti
e mestieri (22 luglio 2001) Cadaveri d'insetti e bottiglie Una tregua per la nostra guerra Il cadavere di un letto sfatto Residuo bellico di un sabato andato,
quasi cercato Sopravvissuti alla caduta dell'impero
dell'uomo Ipnotizzati, ricoverati Siamo come i soldati Non lo sappiamo cosa stiamo facendo Si muove il mondo mentre stiamo
ridendo I buoni e i cattivi esempi Le buone e le cattive maniere Nelle città riempite di professori Nelle città che una volta erano arti e
mestieri Perdonami ogni volta che puoi Se qualche volta ho paura di noi Mentre di fuori sta passando la quiete Mentre ti guardo e mi ritorna la sete L'armistizio
(22 settembre 2007) Io sono contento che passi questo
tempo senza guerra Che lasci che mi possa rialzare Non sono ancora pronto, mi servono
cannoni più precisi Le mappe del tuo campo di narcisi In questi pomeriggi di armistizio Il vizio controllato e malandato Mi serve un diversivo un po' diverso Il mio non garantisce il risultato Aggiungerò due gocce di stramonio Nelle foglie che coltivi con il bacio
e con l'amore Per drogarmi con lo zucchero e finirmi
mentre sogno che mi vuoi È la migliore soluzione per fuggire
dall'assedio Io ti aggiungerò due gocce di
stramonio Nelle foglie che coltivi con il bacio
e con l'amore Per drogarmi con lo zucchero e finirmi
mentre sogno che mi vuoi Perché un assaggio di alcaloide è la
migliore strategia di sabotaggio Il
secondo giorno di maggio (2 maggio 2007) Continuano a crescere case, continuano
a crescere cose Niente di quello che ho intorno mi
sembra mio Un cane che cammina sul bordo lungo
quella dritta linea bianca Penso che abbia deciso che sia meglio così Sull'angolo del tuo terrazzo dove hai
messo il tuo vaso di fiori Che hanno avuto l'acqua per il giorno
e aspetteranno la sera Sono qui davanti ai legni chiusi che
proteggono la tua finestra Mentre vado dietro a questo cane come
fosse il maestro La tua nuova collezione di rose e di
passione La mia sempre uguale condizione Le nuvole proseguono il viaggio,
miliardi di gocce di acqua Che lasciano il nostro cielo a questo
maggio Rosa
del vento (29 giugno 2005) In questa nuova casa, sto sempre qui a
cercare Più nuove e più precise soluzioni I nuovi meccanismi per questa
evoluzione Il mio viaggio per la terra è
cominciato Mentre passano i divieti per le nuove
traiettorie Siamo condannati al suolo per natura Io riesco a navigare in assenza di
atmosfera Io riesco a fare il giro del sistema Una nuova linea di vento e correnti L'ascesa trova il punto del suo inizio Passano i viaggianti, passano paesaggi Passano parole nella mente L’Artemisia Un racconto 2008 Cap. 1. L’Artemisia Cap. 2. Cap. 3. Cap. 4. Le Arti e i Mestieri Cap. 5. L’Armistizio Cap. 6. Il Secondo Giorno di Maggio Cap. 7. Epilogo: Cap.
I Artemisia Il tabacco appena acceso lasciava
andare il suo camino di fumo verso la finestra rimasta socchiusa. Un tabacco
importante: Sancho Panza Bellicosos.
Un sigaro di quelli che non si fumano spesso, forse neanche più in
produzione. Ovviamente ancora più buono perchè non pagato. Mi fu offerto
quasi con spregio. Era appena cominciato il mattino e
quei cerchi di fumo lento sembravano fantasmi decisi ad abbandonare per
sempre la casa di Artemisia. Con classe, proprio come fà il fumo quando sale
verso l'ignoto. Era come se in qualche modo confermassero la scelta migliore
da fare: uscire da quella casa senza lasciare nessun'altra traccia che odore
di fumo. Il processo alle mie intenzioni aveva ormai
trovato il suo prevedibile epilogo, lo avevo già intuito dalla voce del Sig.
Bruno quando mi chiese di aspettare nello studio, solo per cinque minuti. Il
vecchio mi accese il “mio ultimo Puro”
quasi come che avesse lo stesso sapore dell'ultimo desiderio concesso ad un
condannato alla forca. Per rendere ancora più perfetta la sua perfetta
convinzione provai a guardarlo accennando una faccia sconfitta, come quella
che può avere un porco di fronte al macellaio. Forse mi riuscì al massimo di
assomigliare ad un cane ineducato appena trovato a pisciare sul tappeto, ma comunque
fu una faccia efficace: il vecchio capì che avevo capito... così pensava. Non mi fu concesso nessun altro genere
di conforto. Neanche un piccolo sorso di acquavite di malto di cui il padrone
di casa era appassionato almeno quanto di tabacchi. Solo un ultimo sigaro prima
di buttarmi fuori a calci nel culo. La loro colazione preziosa stava per
cominciare e la mia presenza in quella casa non doveva essere di ulteriore
disturbo. La mia ammissione di colpa non servì nemmeno ad addolcire gli animi:
non c'era niente di vero in quello che avevo raccontato del mio passato e
loro avevano buon diritto a darmi del bugiardo. Del resto al vecchio non
sfuggiva mai nulla... gli bastò una telefonata ad un paio di amici per sapere
che alla direzione del settore qualità della Zechbauer di Monaco non c'era
nessun giovane rampante Mr. Du Bré. In verità non avevo capito fino in
fondo quale fosse per loro la mia vera colpa. Il giudizio infatti non fu mai
completamente pronunciato. Fu una condanna senza giudizio. In pieno stile
“buona famiglia”. In effetti la colpa poteva anche essere facilmente intuita
dal momento che la loro dolce Artemisia era il vero patrimonio di quella casa,
ma in quel caso la colpa andava quantomeno divisa tra due condannati. Anche
se non equamente, quantomeno divisa. Era stata infatti lei a volermi
conoscere e volere ad ogni costo approfondire questa conoscenza. Io ero solo
un perfetto sconosciuto, come tanti. Mi ero semplicemente limitato ad
agevolare il nostro incontro. Oppure fu invece il mio innocente tentativo di
spacciarmi per affermato uomo d'affari di una delle migliori case di
produzione di tabacchi del mondo ad essere inteso nel peggiore dei modi. Il
Sig. Bruno era un serio uomo d’affari e la mia invasione nei territori del
buisinnes non fu proprio tollerata. Una delle due colpe comunque. Ad ogni
buon conto non fui denunciato, subii solo una condanna definitiva di inferiorità,
un “Non si faccia più vedere in questa
casa Mr. Du Bré altrimenti mi vedrò costretto a proseguire la nostra
conoscenza nelle sedi più opportune”. Tutto andava secondo i miei piani. Mentre assaporavo il “mio sigaro”
provavo ad immaginarmi le colpe peggiori che si possono portare in una casa
come quella. Come ad esempio lasciare intuire al proprietario che si hanno
delle idee terroristiche fondate. I personaggi affermati infatti odiano la
guerriglia se non è gestibile ai propri scopi. Oppure dimenticare una moka
accesa sul gas. La casa è il luogo sacro e un'esplosione potrebbe mandare
tutto in disgrazia. Oppure aprire la porta di un cesso senza bussare. Sarebbe
inelegante durante una ceretta figuriamoci durante una diarrea. Oppure avere
del fango incastrato male sotto le suole delle scarpe e insudiciare il
tappeto appena rilucidato a nuovo. Cose del genere… drammatiche. Invece ero semplicemente stato
sorpreso a mentire. Intollerabile per una sana famiglia di ferro. La solita
colpa delle cose che vanno sempre come devono andare… previsto o non previsto.
In ogni caso era comunque colpa mia, come avevo previsto. Comprese le
impreviste tre gocce di veleno che avevo con cura sistemato sulle tre
zollette di zucchero grezzo preparate con altrettanta cura per la metodica
colazione domenicale dei Signori Allenberger. In fondo in fondo un po' mi dispiacque
per Elora ed Artemisia. Avrebbero passato un brutto pomeriggio anche loro. Ma
era il prezzo che andava pagato per ottenere la fine di un pericoloso cinico
figlio di puttana. Inoltre, alla fine di tutto non avevo sbagliato nulla ed
ero soddisfatto per come andarono a finire le cose. Con la fine che
meritavano. Senza nessun passo falso. Certo Cap.
II Tutto era cominciato un sabato
precedente. Era il giorno dello stipendio, quello in cui la percentuale degli
ottimisti supera sempre di gran lunga quella dei pessimisti. Ero arrivato da
quasi un mese e mi sarei fermato almeno per altri due. Avevo studiato le
abitudini di ogni essere vivente di quella città. In ogni dettaglio. La
preziosa Artemisia ad esempio aveva imparato ad avere una vita diversa al di
fuori dalle mura di casa. Una vita non certo approvabile dai Signori
Allenberger ma di certo approvata da un sacco di altra gente. Bisognava
comunque ammettere che sapeva gestirsi come un colonnello dell'esercito
coloniale. Del resto aveva avuto buoni maestri. Pensavo che fosse ancora prematuro
iniziare con troppo anticipo il mio diabolico disegno. Quella sera quindi la
mia intenzione era semplicemente di contribuire un poco alla follia del
genere umano. Quasi una piccola vacanza dopo un mese di duro soggiorno
“lavorativo” e di “studio”. La follia era nelle stesse intenzioni del centouno
per cento degli avventori presenti e quindi il mio contributo non avrebbe
destato particolare curiosità. Mi ero buttato nella bolgia del barrio e stavo
aspettando che la movida collettiva contaminasse ogni cosa. Nei carburanti di
ogni motore umano erano stati immessi catalizzatori di ogni tipo. In enormi
quantità. Anche nel mio. Si trattava di un angolo di città
molto ricercato dai ricercati. Un buco nero e puzzolente riempito di pazzi di
ogni razza ed opinione che cercavano un momento di gloria o di semplice
distacco dalle cose troppo ordinate della vita. Ognuno di loro era pronto a
buttare sul tavolo verde le carte migliori del mazzo. Nessuno escluso, me
compreso. C'erano esattori del banco dei pegni, faccendieri in libera uscita,
rivoluzionari in congedo, esponenti laici della milizia governativa,
avventori e avventrici di anonima astrazione, nullafacenti in attesa di
impiego, pittori e pittrici, parrucchieri e parrucchiere, ex arruolati dagli
ultimi eserciti della salvezza, gendarmi in libera uscita, peccatori che
facevano i signori e peccatrici recidive che facevano le dive. Oltre a me,
ovviamente. Per niente diverso da loro. Eravamo niente di meno che soldati
semplici buttati tutti insieme nella guerra del casino. In città era scoppiata una nuova moda:
tutti avevano iniziato a sentirsi grandi poeti del passato e ognuno
raccontava un sacco di cose in rima utilizzando articolati versi. Alcuni
addirittura alzandosi in piedi sui tavoli, urlando i propri versi per coprire
quelli dell’urlatore del tavolo di fronte. Una guerra più che una moda. Quasi
per naturale conseguenza dalla “Gallia” avevano iniziato ad arrivare grandi
treni con grandi forniture di artemisia. Tutti bevevano assenzio e
raccontavano poesie. Un casino più che un barrio. Anzi, la stessa cosa. Lei
ovviamente era in grande vantaggio: il suo botanico nome era un’assoluta garanzia
di successo. Ma non erano le poesie che la interessavano, nemmeno l'assenzio.
Ma aveva imparato bene il gioco del barrio e sapeva usare la misura a sua
misura: sapeva assecondare con una classe ineguagliabile. Sceglieva le sue
prede evitando con la stessa cura gli esponenti troppo in vista della “parte
buona” della città e quelli meno in vista della “parte cattiva”. I suoi
obiettivi erano gli avventori della “parte anonima”. Quelli non invasivi.
Purché decisi. Gli schieramenti nemici erano entrati
nel vivo della grande battaglia e sui fianchi di ogni soldato si potevano
leggere i chiari segni della guerra. Dispersi barcollanti e colpiti. Feriti
gravi e meno gravi con in mano grandi bicchieri di salute. Altri audaci in
fase di colluttazione piena. Altri ancora pieni di elisir mischiati male.
Tutti a ritmo di tamburi e cornamuse. Ai lati della bolgia, pirati e
sciacalli che aspettavano soltanto di iniziare la mattanza. I pesci erano
ormai esausti. Finiti dentro in una rete sempre più chiusa, senza via di
scampo. Quei pirati sembravano avvoltoi in attesa del passo falso del cervo
inseguito dai lupi. Erano dei veri e propri cani da sangue, sentivano le
grida di stanchezza dei “morenti” e compiaciuti si lucidavano le zanne per
l'attacco decisivo. Erano pronti anche questa volta all'arrembaggio finale, pronti
a lanciarsi verso una qualsiasi finestra chiusa. Con il sale sulla barba e un
coltello in mezzo ai denti. Entrando a piedi pari nella vita di tutte le
Artemisie trascurate che, stanche di aspettare soldati caduti al fronte, aspettavano
soltanto quelle barbe malandrine. Io nonostante qualche saltuaria
distrazione ero abituato a bussare. Il sale lo usavo per la cena e la mia
barba trascurata con cura non poteva essere certo paragonata a quelle degli
audaci. Inoltre non ho mai scritto nemmeno poesie e l'assenzio non rientra
tra le mie piacevoli abitudini. Solo qualche volta e solo per la cortesia.
Ero semplicemente un forestiero. Un innocuo forestiero. Quasi sembravo un
cronista di guerra inviato da un altro paese per il racconto dei fatti.
Discreto e audace al punto giusto. Pronto ad avvicinarmi al pericolo ma senza
mai entrarci veramente. Decisamente perfetto per i gusti di Artemisia. Fu infatti
lei a chiedermi le generalità. Disse di non avermi mai visto e volle sapere
ogni cosa del mio passato… quasi suggerendomi un immediato futuro. Quando le
dissi della Zechbauer mi disse che il padre con “noi” faceva affari da molto
tempo. Era un grande appassionato di sigari e i tabacchi delle colonie
tedesche stavano quasi sempre in cima ai suoi difficili gusti. Avevamo già
qualcosa in comune. Continuava a versarmi nettari e
profumi ed era sempre più intraprendente. Fresca. Molto fresca. Sembrava il
Mojito di agosto, erbette della salute comprese. Conosceva tutti i balli e
sapeva scatenarsi senza perdere il controllo. Una vera e propria macchina da
guerra. Alla fine della serata, quando il campo di battaglia fu coperto
interamente di morti, completò il suo disegno di trasgressione e mi diede
nuove coordinate. Cap.
III La meridiana Il fatto che la madre di Artemisia
fosse la sua fotocopia invecchiata non doveva per forza di cose essere
interpretato come un presagio cattivo, non dovevo mica passarci tutta la vita
con loro. Però mi divertivo comunque a immaginare fantasie... Sua madre tra
l'altro non era poi del tutto così male, sembrava infatti che dietro a quella
corazza di dura pietra ci fosse comunque un cuore, e da lì avrei potuto cominciare.
Disponevo di buoni strumenti adatti per il sasso, avevo anche buone mani e
buona scuola, inoltre penso che non occorra mica sempre un “Michelangelo” per
ottenere buone forme dalla pietra, basta solo un po' di impegno e di pazienza
e a qualche forma comunque ci si arriva sempre… Anche solo abbozzata. Le due “ragazze” uscivano quasi tutti
i giorni, sempre insieme. Fu proprio in un incontro pomeridiano che mi
proposi come buona alternativa dei consiglieri più fidati di Artemisia. La
piccola si era comunque opposta adducendo curiose motivazioni
climatico-anagrafiche ma in realtà non tollerava la routine e sentiva minacciata
la sua amata e legittima libertà. Sua madre invece, benché mi considerasse
l'ennesimo “aspirante di famiglia” ingenuamente raggirato dalla figlia, non
era così astiosa e mostrava per me una sincera simpatia. Io sapevo che era
una proposta presuntuosa ma sapevo anche che l'audacia era una qualità molto
apprezzata, soprattutto da certe madri. Comprese quelle che sceglierebbero
per le loro adorate figlie solo i migliori consiglieri. Fu comunque subito chiaro a tutti che
si trattava di un inutile ed avventato tentativo di ottenere le grazie della
ricca ereditiera. Io lasciavo intendere che a me sembrava comunque un buon
punto di partenza, aggiungendo un leggero velo di interesse sentimentale.
Inoltre la piccola era sempre stata accompagnata da emeriti coglioni, la
maggior parte dei quali scelti dalla madre che “certamente” aveva più chiaro
della figlia il concetto di coglione. Che differenza faceva uno in più o in
meno: nessuna. Per questo motivo quasi mi trascurarono senza nemmeno
domandarsi quale bugia potesse stare dietro la mia vera origine. Le mie
informazioni ben mentite infatti bastarono a non indurre quei due serpenti
velenosi ad uscire dalla tana nella stagione sbagliata. Il padre ovviamente
non era ancora stato informato. Il mio disegno era perfetto. Il Sig. Bruno aveva il vizio che
accompagna spesso i vecchi abbienti e disonesti: l'amicizia di cortesia. Era
un puttaniere navigato che sapeva nascondere le sue cattive azioni con lo
stile e la classe di chi spende un sacco di soldi per condividere la vita con
gente uguale a lui. La moglie e la figlia erano ormai dame di compagnia per
il suo davvero poco tempo libero. Niente di più. La gran parte del suo tempo
infatti era impiegata per la gestione attiva del suo patrimonio, senza
curarsi dei mezzi e del sistema utilizzati: “Il fine giustifica il mezzo e il sistema lo decidi tu oppure è meglio
levarselo di mezzo”. Questo era il suo motto. Non gli interessava nemmeno
la sorte di quelli che per forza o per sfortuna erano passati sotto ai suoi
piedi. Qualche amico ben pagato avrebbe sempre comunque risolto ogni
problema. Proprio così, proprio come successe vent'anni prima con un
capriccioso giovane giornalista di bassa levatura che andava messo a tacere.
Un patetico aspirante caporedattore che si era spinto troppo avanti nella sua
curiosità e aveva provato a capire in quale modo la buona chimica dei
laminatoi della Allenberger & Smith
di Dresda si dissolveva nell'aria e nelle acque senza troppe complicazioni.
Peraltro con il perfetto benestare di onorati e insospettabili funzionari
governativi. Fu un triste incidente a portarsi via il giornalista. Purtroppo
in quell'incidente morì anche la moglie ma fu una terribile e sfortunata
coincidenza. Sono i rischi del mestiere. Quasi gli stessi rischi di una
grande società della cromatura in alluminio che fornisce lavoro ad un sacco
di famiglie. Si trattava comunque di cose passate.
Oggi infatti i rischi delle sue industrie sono tutti decisamente più
contenuti. Sia perché una squadra intelligente non si espone mai al rischio
reiterato, sia perché le fabbriche da qualche tempo erano state trasferite
nei paesi dove le recenti guerre richiedono un rilancio economico immediato e
meno esposto alle eventuali curiosità di qualche ennesimo giovane aspirante
caporedattore. Il mio mestiere in quella città invece
era semplicemente studiare. Non occorreva capire. Non dovevo farmi troppe
domande su come erano accadute le cose. Dovevo semplicemente studiare e avevo
studiato abbastanza. Ormai conoscevo ogni singola azione di quella buona
famiglia. Quasi ogni cosa. A sufficienza per completare il mio lavoro e il
mio obiettivo di vendetta. Nessuno conosceva il mio passato e tanto meno si
sarebbe mai immaginato che già in passato avevo iniziato a conoscere le loro
usanze e costumi. Cominciavo quasi a divertirmi nel trovare conferma delle
loro conferme. I loro vizi e le loro opinioni erano talmente prevedibili che
non serviva nemmeno troppa fatica per imparare a dare loro ragione. Si
trattava solo di altri pochi giorni e poi ogni cosa sarebbe finita... davvero
finita. Cap.
IV Le arti e i mestieri Dopo la bufera del barrio lei mi aveva
lasciato il permesso di chiamarla ma in nessun caso voleva che la cosa
continuasse oltre. Le avevo dato ogni garanzia che non avrei mai influenzato
le sue decisioni. Del resto si era trattata di una semplice e ordinaria
burrascosa avventura e la sua collaudata autoconvinzione le suggeriva di
prevedere ogni tipo di conseguenza. Io le avevo assicurato di non avere
nessuna intenzione nei suoi confronti se lei non ne avesse avute nei miei.
Ovviamente lasciando intuire che invece ero assai dispiaciuto se la cosa
fosse finita quel giorno. Quella sera mi aveva insegnato i
trucchi per entrare in camera sua evitando con cura le mine antiuomo
posizionate nel suo piccolo e grazioso giardinello di città. Bastava
arrampicarsi su un ciliegio superstite alle continue richieste di
abbattimento avanzate della madre ormai esausta per quelle foglie d'autunno e
per quell'eccessiva ombra estiva, per non parlare del continuo vociare di
uccelli nidificanti a primavera e dell'infinita tristezza di un albero dalle
morte sembianze invernali. Il ciliegio era quindi l'unica sentinella a
protezione della piccola Artemisia. Un albero incastrato in un quartiere
residenziale di mattoni e cemento. Niente cani e filo spinato per il resto
del tragitto. Quando le chiesi se dovevo veramente arrampicarmi sul ciliegio
sorrise e mi indicò la porta sul retro, era molto più semplice. Qualche giorno dopo l'avevo incontrata
nella quotidiana visita in centro in compagnia della madre: spesa e merenda.
Amene attività per una vera e propria coalizione femminile. Due sorelle più
che una madre e una figlia. Le avevo invitate a sedersi per prendersi una
tazza di caffé. Le mie chiacchere erano subito piaciute. Mostravo un'innata
simpatia ben condita da un fare pulito. La signora Elora mi chiese come
avessi conosciuto sua figlia, da quale parte della regione arrivassi e che
mestiere facevo se avevo il tempo per prendere un caffé al pomeriggio. Tutte
domande legittime che ebbero risposte altrettanto legittime. Artemisia era
distratta e accennava un malcelato disinteresse. L’Apparire. Questo è l'obiettivo
principale della gente. Così a me occorreva apparire una persona fidata e
disposta ad accettare la dominazione nemica. Servizievole e gradevole al
tempo stesso. Ero l'uomo ideale per questo scopo. Quando la signora si lasciò
scappare un invito ad andare a trovarli a casa qualche volta, quasi pensavo
che avrei dovuto mandare in burrasca anche la madre ma per lei il tempo della
tempesta sembrava già passato da un pezzo. Credo fosse stata solo una piccola
invidia per la figlia così uguale alla sua gioventù ad indurla a quell'invito… La prima volta che entrai a casa sua
passando dall'ingresso principale passai un intero pomeriggio a parlare delle
cose. Le mie passioni potevano contarsi sulle dita di una mano. Le loro
passioni erano invece centinaia. Compreso il giardinaggio e la selezione di
ibridi di orchidea da competizione. Si trattava comunque di passioni
importanti. Soprattutto determinanti per dare alla vita la qualità che si
merita. Il Sig. Bruno invece dal lunedì al sabato rientrava solo per dormire
e aveva l'unica passione del lavoro. Artemisia aveva imparato in maniera
quasi preoccupante l'arte della condivisione. Anche con sua madre riusciva a
condividere qualcosa. Forse solo per ingraziarsene attenzioni e protezione, forse
solo per riuscire a nascondere meglio le passioni meno condivisibili, forse
per trovare un valido alleato quando il padre si arrabbiava seriamente. Ecco
perché dietro quella strana ingenuità si nascondeva una perfida certezza. Io
non davo l'impressione di essere troppo analitico e mi comportavo quasi
esattamente come un cane: ascoltavo e intuivo l'importanza del ricevere
consiglio. Non capirò mai veramente quale sia
l'utilità del polo. Fino a quel giorno pensavo semplicemente che i poli
fossero due, ma niente cavallo e niente porticine con palle di legno, niente
circolo chiuso. Solo il polo nord e il polo sud. Due circoli polari. Da una
parte i pinguini e dall'altra gli orsi bianchi. Ma non lasciai intendere cosa
pensavo veramente mostrando invece il collaudato “sincero interesse” per
quelle attività di svago finora sconosciute. Anzi dissi che avrei volentieri
imparato anche io. Mi serviva solo un cavallo e un set di mazze adatte al
caso. Fu un simpatico pomeriggio. Che si
concluse addirittura con un invito alla colazione della domenica mattina. Per
conoscere anche il “finto burbero” Sig. Bruno. Se le mie intenzioni erano
rivolte ad Artemisia occorreva prima e in ogni caso l'approvazione del padre
e comunque mi sarei trovato a mio agio perché la sua conversazione era sempre
piacevole e approfondita. Inoltre secondo la madre la mia occupazione alla
Zechbauer era un grande e non sottovalutabile punto a mio favore. Avrei
potuto anche avere qualche speranza. Cap.
V L'armistizio La mia “tisana” di assenzio non aveva
prodotto i risultati che speravo. Maledette erboristerie. Ti vendono la cura
di ogni male e non guariscono mai niente. Per certe cose occorre
predisposizione mentale. Il prodotto in sé non è che funziona sempre. Devi
essere davvero convinto della tua guarigione. Altrimenti non funziona. È un
po' come nelle sedute spiritiche quando il nonno non risponde se non ci credi
davvero. Oppure più semplicemente ti risponde “vaffanculo”. Mi ero comunque dato un sacco da fare
per procurarmi gli estratti del maleficio ed ero pronto a guadagnarmi il mio
definitivo passaporto amatorio con Artemisia. Lei era una vera strega. Un
alchimista diplomato. Osservò il mio patetico tentativo di proporle il
diversivo e mi raggirò con la grazia di un serpente davanti al coniglio.
Riuscì a ridicolizzarmi e apprezzò molto la mia rassegnata manifestazione di
inferiorità. Quasi sembrava volersi innamorare di me. E io di lei. La sua vanità era così ben gestita che
appariva più una dote naturale che un fastidioso difetto. La sua intelligenza
inoltre veniva usata solo all'occasione e mai in nessun caso ostentata. Poi
c'era il suo culo: sembrava davvero una scultura. Ma non di un Michelangelo
qualsiasi. Dello stesso Michelangelo che fu arruolato dai papi. L'assenzio
fece effetto soprattutto su di me, riuscì quasi a cancellare il mio lavoro di
un intero mese. Gli effetti deleteri di quella schifezza riscaldata quasi mi
indussero ad una piena confessione. Se non che mentre stavo per chiederle
scusa e raccontarle ogni cosa mi mise a tacere come fà il serpente con il
topolino delle risaie. Sembravo davvero una terra conquistata
e sottomessa. Si potevano osservare sul mio corpo i segni del cannone.
All'orizzonte solo il fumo che saliva dai granai. La mia faccia era stata
ridotta alle catene. Per mia fortuna quel giorno ero entrato dall'ingresso
giusto, se avessi dovuto uscire dal terrazzo credo che avrei potuto anche
morire. Non riuscivo a camminare sul parquet di ciliegio accuratamente
posizionato in camera sua figuriamoci arrampicarmi al contrario per scendere dal
ciliegio in giardino. Era quasi meglio la fucilazione. Lei aveva la stessa
faccia che hanno le rose… era davvero una strega. Prima di lasciarmi andare mi portò
nello studio del Sig. Bruno. Suo padre aveva una collezione di sigari da fare
invidia ad un reale d'Inghilterra. L'armadio umidificatore era così grande da
sembrare il frigorifero di un elefante. Il mio portasigari a confronto
sembrava una pistola ad acqua in mezzo alla polveriera di Radetzky. Non
tradii la mia emozione davanti a quel patrimonio, anche perché mi
“accontentavo” comunque dei miei adorati e mai sottomessi Zechbauer.
Artemisia sembrava apprezzare questa mia emancipazione dalle necessità a
priori. Poi con orgogliosa superiorità mostrò al suo prigioniero di conoscere
la combinazione di quella cassaforte di tabacchi. Pensai davvero che forse si
stava innamorando di me… ma non era del tutto così, voleva solo semplicemente
completare la sua diserzione familiare permettendomi di prendermi qualche
sigaro prezioso da qualche scatola già aperta. “Non si vive di soli sigari ma prendi quelli che vuoi e non fare il
presuntuoso esperto e navigato. Credo che potresti trovarci anche delle buone
alternative ai tuoi Zechbauer. Comunque non è un tradimento. Non ti
licenzieranno per aver tradito la “bandiera”. Prendila solo come una
innocente e semplicissima scappatella. Ci sentiamo per domani. Ricordati, la
colazione inizia alle Cap VI Il secondo giorno di maggio Maledette cattive intenzioni. Ero un
assassino, un ladro, un traditore. Ero ogni cosa peggiore che si posa pensare
di un essere umano. Eppure nella mia passeggiata pomeridiana mi sentivo quasi
innocente. Quasi come un merlo che si appoggia sull'erba di maggio per
cercare qualche cavalletta distratta. Oppure come i fiori. Loro non scelgono
mai dove stare, si limitano semplicemente a crescere nei metri quadrati che
il caso decide per loro. Forse ero solamente un cinico, un ipocrita. Del
resto chi usa queste “poetiche immagini” a servizio della propria coscienza è
il peggiore degli ipocriti e me riusciva sempre meglio. Soprattutto quando
quello che dovevo fare comportava qualche piccolo rimorso di coscienza. Eppure questa meravigliosa e
combattiva primavera sembrava davvero sufficiente a giustificare la mia terrificante
natura. La mia vendicativa natura di essere umano. Avevo già buttato via i
panni di Mr. Du Bré e vestivo i miei abituali vestiti di Mr. Breitner:
tedesco con cittadinanza italiana, figlio di Marta Rinetti e Jacob Breitner,
uccisi in circostanze misteriose ormai oltre vent'anni prima, adottato dalla
sorella di Marta e oggi italiano a tutti gli effetti. Ero tornato nella
“capitale” dell'italico nord, la mia terra di oggi: Passeggiavo lungo il naviglio grande
nel mio costume da “italiano” in libera uscita e fumavo uno dei miei adorati
Zechbauer: un Gran Corona Brasilia.
Ottimo ed economico, meraviglioso per il pomeriggio domenicale. Era passato
quasi un mese dalla mia “avventura” nella terra natia e sembrava che il mio
futuro non avesse più nessun altro obiettivo. Mi sentivo quasi come un
cucciolo di cane lasciato da solo alla mercè dell'atroce giorno. Con l'unico
diversivo di risolvere la propria solitudine creandosi una propria unità
misura dell'ordine, distruggendo e mordendo ogni cosa a portata di zanne. Al di fuori delle mura della città lo
scenario della provincia lombarda mi appariva devastato. Chissà cosa
penserebbe Leonardo osservando come sono stati reinterpretati i suoi ideali e
insegnamenti urbanistici. Niente. Proprio come il Signor Breitner che
passeggia sull'argine del naviglio. Forse penserebbe solo a una grande
alluvione. Anche io me lo auspicherei nonostante mio malgrado la mia casa
stia al piano terra appena a venti metri dal fiume. Costruita molto prima
della ferriera e del cavalcavia della nuova strada statale. Forse “la grande
acqua” risolverebbe i problemi urbanistici della provincia ma ne creerebbe
altri e oltremodo scomodi alla mia situazione generale. Meglio tenersi questa
schifezza di mondo e limitarsi a passeggiare in silenzio, osservando, senza
ulteriore impegno, in un goduto e meritato pomeriggio di pausa. Mi ero lasciato cadere sopra a una
panchina e il mio piccolo cane arrivò a raccontarmi quale meraviglioso giorno
avevamo intorno. La sua lingua quasi mi assaggiò le papille gustative
risvegliandomi. Decisi di tornare a casa. Attraverso questa selva di cemento
e di autostrade. “L'argine
del fiume a primavera riesce sempre a darti un po' di tregua. È davvero
curativo. Vicino a casa c'è una piccola ansa dove una volta i ragazzi
pescavano e nuotavo. Oggi credo che sarebbe sconsigliabile. Si tratta di
acqua mischiata con merda e detersivo. Uno strano modo di rovinare un
perfetto equilibrio. Buttarci dentro liquami e poi metterci anche il
detersivo. Sembra quasi che la gente pensi che le due cose si bilancino da
sole. Ma non è così. I pesci nuotano lenti. Sembrano gli sbronzi dentro nel
bar che si muovono ondeggiando e sbattendo su tutti i tavoli prima di cadere
sulla strada oltre la porta. Sono rassegnati. Forse sono semplicemente
abituati. Proprio come questi germani reali che iniziano le arti del
corteggiamento senza curarsi di stare in questa fogna. Loro sanno galleggiare
nella merda senza troppa fatica e proseguono la loro vita così come è sempre
stato. Un po' come noi che non sempre riusciamo ad ottenere buoni risultati.
Ecco! Siamo dei germani anche noi … io anche di più. Se sono riusciti ad
abituarsi loro che sanno persino volare figuriamoci noi che se ci mettono
nella merda dobbiamo starci quasi per forza. Occorre abitudine e poi tutto il
resto viene fuori sempre da solo”. Forse non ero stato meno cinico e
crudele di quel bastardo di Allenberger. Ma lui aveva pagato la sua vera
crudeltà e il suo vergognoso vero cinismo. C’erano voluti vent’anni ma aveva
pagato. Io invece alla fine di tutto pensavo che gli uomini sono tutti uguali
e non serve farsi ulteriori domande. Occorre semplicemente imparare che si
può galleggiare e persino amoreggiare comunque ovunque. Anche dentro al
naviglio grande. “Dimenticavo...
La signora Elora e Artemisia non mettono mai lo zucchero nel cappuccino. Solo
in rari casi usano il miele per correggere il Tè. Benché non fossero del
tutto innocenti non erano complici degli affari del Sig. Bruno e non si
meritavano la sua stessa fine. Tra l'altro sapevo che non avrebbero avuto
difficoltà a raccontare che la colpa dell'omicidio era di un certo
sconosciuto Du Bré. Sapevo inoltre che alla fine di tutto non sarebbero state
poi così dispiaciute della fine capitata a quell'immenso bastardo con cui
avevano passato già troppa parte della loro vita. Per quanto riguarda il
sottoscritto non credo che verranno mai a cercarmi perché Cap.
VII Epilogo: La rosa del vento “Io
ti ho commissionato una pagina pubblicitaria per Jack London non si era limitato a
criticare la mia affidabilità professionale. Aveva proseguito ben oltre. Non
aveva mostrato nessuna pietà per me. Mi aveva accusato di essere un “... recidivo avventuriero da veranda”.
Mi aveva persino insultato attribuendomi la peggiore delle critiche: “... reiterata semplicioneria grammaticale”.
Ecco cosa aveva detto. Aggiungendo che non avevo nessuno stile personale,
nessuna fantasia e soprattutto di non aggiungere nulla a quello che era già
stato scritto, detto o già pensato prima di me. La mia inutilità letteraria
era lampante come sono lampanti le cose lampanti. Inoltre il mio racconto era
“… lento e scontato. Pieno di
imprecisioni e condito da una facile attitudine letteraria”. Non gli era interessato niente del mio
innocente tentativo di scrittura. Non aveva nemmeno capito la mia intuizione
di “soluzione pubblicitaria”. Eppure eravamo amici da un bel pezzo, da molto
prima che quel vecchio rimbambito avesse avuto il suo contratto al giornale.
Tra l'altro spesso avevamo condiviso qualche racconto. Avevamo anche
intrapreso grandi viaggi per seguire le orme del padre di tutti i Jack London
e molte storie di quei viaggi erano finite su quel giornale da bigotti,
scritte da lui. Erano storie figlie delle vicende passate insieme se non
addirittura la pura trascrizione dei miei discorsi e dei miei pensieri ad
alta voce. Altro che verande. Si trattava di ingratitudine vera e propria. Ero andato al giornale per chiedergli
semplicemente cosa ne pensava di questa idea che mi era venuta. Poteva anche
essere un'originale soluzione pubblicitaria. Niente di più. I sigari non sono
sigarette che hanno bisogno di lanci pubblicitari ad effetto immediato come
ad esempio mettere su un foglio una baldracca con rossetto porpora che dice “… fumati questa, bambinone. Non ti uccide
mica”. I sigari possono anche permettersi un poco di pazienza in più.
Inoltre sono da sempre legati a qualche faccenda di letteratura. Tra l'altro
quel giornale da necrologi non era certamente un grande esempio di marketing,
non ci vedevo niente di male nel provare. Se proprio non gli piaceva il racconto
poteva comunque pubblicarmelo nella pagina a pagamento dei lettori. Sulla
testata locale infatti si leggeva di tutto: da atroci dissertazioni
sull'importanza della precottura a vapore del fagiano, a curiose e preziose
informazioni sull'importanza di effettuare la potatura del melo nei periodi
di luna calante a dispetto di quello che si pensa; oltre ovviamente a piccole
storie raccontate da vari sacrestani disseminati nella provincia e riportanti
accurati aneddoti elegificatori delle azioni di preti sempre più trascurati
dal Vaticano. Se proprio non gli piaceva l'idea pubblicitaria non vedevo
nessun abuso di spazio se dava un po' di spazio anche a me. Del resto anche
Jack London aveva fatto la stessa cosa prima di me. Mi sembrava ingenuo ma
comunque tollerabile. Di certo non meno invasivo della cronaca nera o della
pagina del sindaco. Avevo scelto proprio L’Artemisia perché mi consentiva di
metterci dentro la questione dei sigari o forse perché sapevo che portargli
le migliori storie poteva significare trovarsele scritte in qualche libro da
lui firmato. Meglio non rischiare. Forse il vecchio era solo di malumore.
Oppure quel giorno la sua sindrome da foglio bianco lo aveva indotto
all'isteria da confronto. Forse pensava che era arrivato il momento di
chiedere scusa per aver abusato di quel nome e pensava che insultare un suo
vecchio amico avrebbe reso meno pesante la pillola amara. Comunque gli dissi
che entro il giorno dopo avrebbe avuto la sua “pagina Zechbauer”, completa di
baldracca con grosso sigaro e scritta ad effetto: “... la misura non conta, quando c'è la qualità”. Per quanto riguardava il mio
passatempo letterario era invece meglio rivolgersi all'Armando. Come sempre.
Il barista della mia “metodica colazione domenicale”. Lui aveva sempre buone
orecchie. Non era uno scrittore e gli riuscivano da schifo persino i
biglietti d'auguri. Il suo bar era un covo di scrittori sgrammaticati che non
avevano mai avuto stile, fantasia o contenuti. Ma erano i suoi clienti e lui
li sapeva ascoltare. Ogni tanto persino senza ricordarsi di fargli pagare il
caffé. Era l'ascoltatore ideale. Ascoltava davvero bene. Anche quando
all'angolo in fondo al banco del bar qualcuno gli diceva “Senti Armando … ti va di sentire il mio
nuovo racconto?! Ci vuole solo mezza mattina ma la tua opinione è
determinante. Però mi raccomando: non chiedermi cosa è successo veramente se
non capisci. Ascolta e basta”. |
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