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Prodotto da Alessandro Ducoli. Grafica di Armando Bolivar. Fotografie di Alessandro Ducoli (le foto del Ducoli sono di  Guido Lavazza).  In serigrafia “Lolita” di Eros accampi.

 

Middle Cut (1996).

Arrangiato da Alessandro Ducoli e Luciano Mirto. Registrato e mixato da Luciano Mirto a Costa Volpino (Bg). Remastering a cura di Valerio  Gaffurini e Claudio Lancini all’XTR Productions Studio di Torbiato (BS). Hanno suonato (in ordine sparso): Fausto Beccalossi (fisarmonica), Arcangelo “Buelli (batteria), Andrea Donati (contrabbasso), Vinicio Donati (basso elettrico), Alessandro Ducoli (voce e chitarra), Mauro Ferretti (congas), Luciano Mirto (chitarre, pianoforte), Federico  Putelli (sassofoni), Oliviero Testa (violoncello), Andrej Kutov (pianoforte e tastiere).

 

Ist Release (11 years old; 2007).

Arrangiato da Valerio Gaffurini e Alessandro Ducoli. Registrato da Valerio Gaffurini e Pierangelo Manenti alla “Factory” di Torbiato (Bs). Mixato e Masterizzato da Valerio Gaffurini e Claudio Lancini all’XTR Productions Studio di Torbiato (BS). Hanno suonato (in ordine sparso ...): Valerio Gaffurini (pianoforte, tastiere, programmazione, ecc.), Alessandro Ducoli (voce), Stefania Martin (cori), Veronica Sbergia (cori). 

 

Available

 

 

 

 

 

Ducoli, Lolita’s Malts

 

Middle Cut - Lolita (1996)

Lolita

Benny Jag Blue

Un fantasma

Luna ubriaca

Ho trovato l'oro

Cupido è un pazzo

Nuda e cruda.

Sapore nero

Blu

 

Ist Release - Lolita (2007)

Lolita

Benny Jag Blue

Un fantasma

Luna ubriaca

Ho trovato l'oro

Cupido è un pazzo

Marisa ha un nome

Nuda e cruda

Sapore nero

Blu

 

Lolita

Hai un cuore troppo grande per questa città che chiude gli occhi appena arriva la notte. Si fermano i meccanismi che ti tengono in piedi ma riesci a vederci quando apri gli occhi. Il tuo cuore è troppo grande, nella notte troppo grande. Siamo solo i meccanismi, dentro ai nostri meccanismi. Hai un cuore troppo grande per due occhi soltanto e la notte troppo veloce per riuscire a fermarla. I demoni hanno aperto le danze, sanno quanta ne serve. I demoni hanno aperto il portone e bisogna entrare.

 

Benny Jag Blue

I sentimenti sono sempre troppi. Ti guardo e poi ti voglio toccare. Il mio cuore sempre troppo ubriaco. Mentre il mio bacio ti accarezza la pelle. Le luci si dividono il cielo. La pioggia è musica per le mie orecchie. Chissà che cosa stai sognando. Perchè mi fai davvero troppa invidia. Invece io che sono sempre contento, qualche volta riesco a capire. C’è una chiave giusta dentro in ogni passaggio. C'è una luce sola in mezzo alla stanza. La coda del diavolo incollata all'asfalto. Sulla strada sono come un clown. Ho nascosto i chiodi nelle tasche e sto pensando a cosa stai sognando. Perché la strada adesso è come il cristallo. C'è qualcosa che si muove lontano. Il carnevale sembra pieno di morti che hanno ballato nella confusione, Benny Jag Blue. La notte è fatta per sognare. La notte è fatta per amare. La notte è fatta per ballare. Sento il ritmo di una nota confusa, Benny Jag Blue.

 

Un fantasma

Dentro a questa nebbia ogni luce è un fantasma. Ci sono le campane che mi suonano in testa. Quante cose o toccato senza farci mai caso. Mi ricordo che è vero se rimango da solo. La città che mi chiama proprio con la tua voce. C'è una luce accesa, un'altra sigaretta. Dentro a queste strade senza fare rumore. Si nasconde nel buio, non capisco più niente. Qui camminano i muri questa notte è uno scherzo. Ho bevuto qualcosa ma non sono sicuro. Dentro a queste strade faccio quello che voglio, sempre. Mi ricordo che è vero e faccio finta di niente. Bella come un fiore.

 

Luna ubriaca

Lei sta proprio dall'altra parte di questo posto strano. Nella notte buia qualche volta si sente sola. L'amore costa, due soldi d'argento dentro a una fontana. Come un bacio caldo sulla pelle. Questa notte ho attraversato tutta la città. Un miliardo di strade dentro la città. Un miliardo di luci sopra ai marciapiedi. Dall'altra parte il desiderio è sottile. Dall'altra parte il desiderio è più grande e muove tutte quante le cose. Luna di cristallo appesa in mezzo al cielo. Nella notte buia, appesa in mezzo al cuore.

 

Ho trovato l'oro

Caldo il vino è rosso come l'amore. Giallo il sole è caldo, come il tuo cuore. Biondo è il colore che hanno i tuoi capelli d'oro, come il denaro. Blu, la notte è scura. Come il pensiero, nero. Rosso è il sangue che scotta dentro alla stanza bianca. È chiaro adesso quello che vuoi. Vuoi un po' di colore, viola scuro. Come il peccato. Blu, la notte è scura. Come il pensiero, nero. Piero devi dirmi che è vero che hai trovato l'oro.

 

Cupido è un pazzo

Riflessi che giocano e disegnano qualcosa sul muro. Stanotte passa il tuo Carnevale, la notte è blu. Luci che diventano spade e strani colori dentro qualche figura. I miei occhi adesso fanno fatica, forse sono già morto. Un bacio fa girare la testa, a che gioco giochiamo. Ho messo anche io le tue ali ma non riesco a volare più. Il tuo paradiso è caduto dentro a questo inferno. Mi gira la testa appena chiudo gli occhi davanti ai tuoi. Le maschere disegnano qualcosa di nuovo sul muro. Io che ti guardato le spalle mentre tu camminavi. Ho provato a non ridarti le ali per tenerti vicino. Qualche volta questi raggi di sole mi danno davvero fastidio. Marisa ha un nome. Hai messo un fiore dentro ai tuoi capelli. Questa sera ti vengo a cercare. Hai messo un fiore proprio dentro al tuo cuore. Questa sera ti voglio amare. Ho chiuso per sempre con la malinconia. La uso quando serve contro la malattia. Dell'amore bugiardo usato senza pudore. Dell'amore bastardo che mi spacca il cuore. Ho messo un fiore dentro al tuo giardino. Che si apre ogni volta quando arriva il mattino. Quando io scappo via dalla tua finestra. Quando il tuo profumo mi fa girare la testa. Tristessa, vai via. Portami l'amore che io vivo solo così.

 

Nuda e cruda

Forse sono disordinato, forse sono proprio suonato. Ma ho perso la strada ancora una volta. Ho perso i miei soldi ancora un'altra volta. La notte copre tutti i rumori, le luci sono sempre più scure. Ma l'odore del profumo che hai messo questa volta mi aiuta. C'è una goccia che cammina sul muro, il pavimento sta dall'altra parte. Smettila di correre ancora e aspetta che raccolgo i miei pezzi. Il buio non mi serve più, i miei piedi vanno avanti da soli. Il rumore arriva proprio dall'altra parte, mi chiama e non mi lascia più tempo. Ti fermi per riprendere fiato e in un secondo l'hai persa. Ti voglio, nuda e cruda.

 

Sapore nero

Il tuo sapore è troppo buono. Sapore amaro, sapore nero. La fiamma scotta vicino alla pelle. Il tuo sorriso è diventato confuso. Ti guardo passare davanti ai miei occhi, ti guardo giocare. Nella luce chiara, appoggiata sull'erba. L'uomo è un cane che urla alla luna. Che gli fa male agli occhi anche quando è contento.

 

Blu

Le luci nascoste, mi confondono un po'. Ma l'ho già attraversata, riconosco i lampioni. Questi alberi non parlano mai. Non li ho mai visti, ridotti così. Perché nel buio non è facile riuscire a vederci. Ho perso il senso del tempo. Ormai la giostra si è spenta, con tutti i suoi colori. Fra le tue braccia, come l'ultimo angolo acceso. Mi chiama e si nasconde nel buio. Questa notte è scura, fredda come il ghiaccio. Questa notte è scura, mentre il tuo bacio si confonde dentro queste strade fredde come il ghiaccio, fredde come il ghiaccio.

 

 

Dieci brevi racconti (gennaio 2007)

 

Lolita

“Ciao. Ho finito il Caffè. Mi dai una moka?”

“Vuoi anche un po’ di zucchero ... tu che bevi amaro il caffè?”

“Se ne hai che ti avanza, sì”

“Entra. Arrivo subito”

*

Aveva 35 anni. Stava al piano di sopra. La Marisa. Il sogno di tutti noi. Stava iniziando la stagione fredda e il periodo di lezioni era vicino alla pausa invernale. Io stavo al Portello in una strana strada. All'inizio indicata come S. Maria In Conio. Alla fine come S. Maria Iconia. Un vicolo tra le case meglio conosciuto come “il vicolo delle merde” perché tutti ci portavano i cani a fare il “giretto”. Ero al piano terra del numero 5. La mia giornata era fatta di studio, pause per il Caffè, studio, pause per il pranzo, studio, e così via. Fino alla sera. La scienza dei boschi. Scienza imperfetta. L'unica scienza che amo. Stavo in quell'appartamento ormai da tre anni.

*

Marisa stava a S. Maria da molto di più. Potevi trovare il suo numero alla pagina “annunci” del Gazzettino. “La tua Lolita. Cercami!”. Tra parentesi, dopo il numero, “astenersi perditempo”. Mio padre utilizzava spesso lo stesso aggettivo per indicare il mio stile di vita. Forse gliel'aveva suggerito proprio lui. Una volta le chiesi addirittura se avesse fatto aggiungere quella frase su esplicita richiesta dei miei. Del resto anche lei, come mio padre, sosteneva che il tempo è denaro. Soprattutto se devi scopare, aggiungeva.

*

Spesso finivo il caffè. Ne usavo in quantità industriali. Salivo da Marisa per chiedere aiuto. C'era la bottega nella strada di fronte ma io andavo di sopra. Ogni volta trovavo nel vano scala dei loschi in attesa. Gente normale. Niente di folle. Però li guardavo quasi cattivo. Geloso. Sul suo campanello era montano un curioso sistema di piccole luci. Un semaforo. Incredibile. Compresa la luce arancione. Indicava minori minuti di attesa. Tutto avveniva di giorno. Marisa la sera se andava a ballare. Un lavoro come tutti i lavori che trovi nel mondo.

*

Lei aveva un debole per me. Diceva che dentro i miei occhi si trova la gentilezza che tutti dovrebbero avere. Io non capivo ma spettavo con ansia la sua gentilezza. La sua gentilezza in vestaglia. “Ti faccio il caffè? Lo beviamo insieme. Oggi è riposo”. Dovrebbero dare medaglie a quelli che hanno inventato il caffè. Sono benefattori dell'umanità. 

 

Benny Jag Blue

 “Sei un coglione!”

“Perché!?”

“Se qualcuno di questi stronzi finisce all'ospedale, siamo con la faccia nella merda”

“Perché?”

“Vaffanculo!”

“Smettila di dire puttanate e aiutami”

“Pirla. Scendo a prendere un pacchetto di sigarette e al ritorno mi trovo un appartamento in coma etilico”

“Sei via da due ore cazzo. Mi hai lasciato qui da solo con queste simpatiche merde. Sono loro che hanno voluto fare cazzate. Inoltre io neanche ci volevo venire a questa festa. Tu sì. Quindi dammi una mano che sistemiamo tutto”

“Sono in coma etilico? Rantolano!”

“No. Anzi all’inizio sembravano anche felici. Poi hanno solo esagerato un po'. Il biondo diceva che tutto finiva in trionfo”

“Portiamoli all'ospedale! Chiamiamo la guardia medica!”

“Ci sono già 3 medici in questa casa. Morti di gin. Se arriva la guardia medica, li sbattono fuori dall'Università. Metti su la moka grande che ci penso io a questi eroi della movida”

“Il rito sciamanico del grande capo coglione?”

“Prepara il caffè. Sale e caffé”

“Non puoi semplicemente mettergli un dito in bocca per farli vomitare?”

“Se vuoi fallo tu. Io al massimo metto un dito nel culo a Roberta. Così per provargli la febbre. Potrebbe essere grave!?”

“Ok, ho capito”

”Spegni quei cazzo di Negresses Vertes che mi hanno davvero fracassato le palle. Metti Rod Stewart. Anzi non mettere niente. Porta il caffé e basta”

“Poi cosa facciamo?”

“Controlliamo che non muoiano del tutto e andiamo a un'altra festa”

*

Ogni persona ha una propria idea di quello che è meglio. Tutti si danno da fare per essere sempre sicuri che quello che pensano loro è meglio di quello che pensano gli altri. Sempre così. In ogni momento della tua vita la tua idea deve essere messa a confronto con quella degli altri. L'idea più concreta di solito vince ma non è sempre così. Più spesso vince l'idea più decisa. Come ad esempio mischiare dell'anfetamina nel gin. Non è stata una mia idea. Io al massimo in laboratorio posso recuperare qualche resina strana. Forse l'assenzio. Ma niente che possa creare l'inferno. Loro invece hanno deciso di essere molto più decisi di me e adesso mi sembra di stare in un campo di guerra. Con gente caduta. Gente che dentro a una guerra starebbe con quelli dell'ultima linea. Non sono io il coglione. A me interessava soltanto Roberta. E lei come sempre sceglie di stare con i suoi colonnelli abbronzati. Eccoli lì. Alla soglia di un buco di culo. Bravi.

*

“Sale, caffè e secchio!”. Tutti a posto. Tutti tornati dall'oltretomba. Male di pancia, male di testa, male di tutto. Stanotte finiranno di odiare la loro presunzione. Domani sarà un brutto giorno, per loro. Troveranno il nostro biglietto. “Abbiamo preso noi le bottiglie rimaste, potevano essere pericolose. Wild Turkey ora è di nuovo libero”.

 

Un fantasma

“Non avrei mai pensato di passare una serata a parlare di selvicoltura”

“Spero che la serata non sia finita qui. E poi scusa, pensi la stessa cosa anche quando ti intrattengono sui legamenti della rotula o sulle tensostrutture in alluminio?”

“No. Però di rotule ne ho già sentito parlare. Di selvicoltura no”

“Io penso che siano più interessanti le foreste di faggio delle rotule”

“Lo immagino. Però se ti rompi i legamenti del ginocchio, conoscere i meccanismi gestionali delle foreste di faggio o di pino è del tutto secondario”

“Solo se non ti rompi le rotule passeggiando male in una foresta di faggio o di pino”

“Ok. Ho capito. Andiamo all'Orologio a farci una tisanina?”

“Mi fa male un ginocchio. La rotula destra”

“Ci sono tisane che hanno proprietà ortopediche”

“Io preferisco gli anestetici. Quelli derivati dall'aromatizzazione di distillati generici con erbe officinali di faggeta”

“Credo che lì ci potrai trovare anche i tuoi derivati”

*

Vi siete mai chiesti perché la maggior parte delle persone conosce soltanto un centesimo delle professioni del mondo? Io no. Anche se trovo comunque molto interessante inserire nelle mie conversazioni quello che faccio. Incuriosisce parlare di selvicoltura. La materia che tutti hanno dimenticato quando dopo aver tagliato tutti i boschi sono usciti dalle carestie e dal freddo della guerra. Una materia con una lunga storia ma oggi praticamente sconosciuta alla maggior parte della gente. Soprattutto alle donne. Questo fatto però consente di aggiungere molto più sale al dialogo. Molto di più di quello che si può aggiungere parlando di tensostrutture in alluminio, rotule, forniture e bilanci aziendali. Inoltre la faccenda diventa ancora più interessante se devi affrontare l'opinione diffusa che accompagna chi studia alla mia facoltà, di appartenere ad una sorta di “categoria studentesca inferiore”. Pregiudizio? Giudizio affrettato? Ignoranza? Non ha nessuna importanza. L'effetto sorpresa gioca sempre a tuo favore in queste situazioni. Devi solo sfruttare ogni singola parola come se fosse un'arte. L’arte della piacevole conversazione.

*

Il bar dell'Orologio era pieno di gente che aveva la precisa intenzione di mettere il proprio sale nei propri argomenti. Comprese le rotule, le tensostrutture, il faggio, ecc. Io la guardavo mentre aggiungeva lo zucchero grezzo nella sua tisana verde. Pensavo che ogni rappresentante dell'universo femminile abbia grandi argomenti che vanno ascoltati, sentiti e capiti. Osservati. Mi parlava della psicologia evolutiva e del colore delle cassette per api. Delle vacanze in Appennino e delle zuppe di farro. All'orario di chiusura eravamo immersi nella nebbia. La nebbia delle sigarette e delle tisane adesso era di fuori, per strada. L'orologio del campanile suonava tre volte. Mi presi un bacio, senza chiedere neanche il permesso.

 

Luna ubriaca

Ero diretto a Chiesanuova. Amo questa città perché non ci sono salite. La si può attraversare in bicicletta. Giorgia aveva delle notizie per me. Forse andava in Brasile. Voleva un consiglio. Il suo fidanzato era un pazzo e da un pezzo se ne stava a Natàl. Si scrivevano spesso ma lui non aveva consigli. Comunque non era per i consigli che mi aveva convocato. Voleva solo inguaiarmi in qualcuno dei suoi nuovi riti hoodoo. Oppure farmi assaggiare uno dei suoi meravigliosi esperimenti di cucina tradizionale Ladina. A suo avviso ero la cavia ideale per i suoi esperimenti: privo di cervello e unicamente guidato dai condizionamenti sensoriali.

*

La sua vera intenzione era quindi sempre la stessa. Mettere disordine nella mia vita così “ordinata”. Nella prassi la mia giornata iniziava alle 11. Le 23. Uscivo di casa per affrontare le infinite insidie notturne offerte da questa città irresponsabile. Rientravo verso le tre. A volte più tardi. Alle 8 andavo a lezione. Vivere al Portello era una schifosa condizione di privilegio perché abitavo a 10 m lineari dalle aule. Questa cosa mi consentiva di stare a riposo fino all'ultimo secondo utile. A mezzogiorno, pausa pranzo. Caffè. Tabacco. Chiacchiera o pennica. Poi pomeriggio di studio fino alle 5 (le 17). Rientro. 10 m lineari. Caffè. Tabacco. Chiacchiera. Prima di cena, Parco Fistomba. Corsa serale e musica nelle orecchie. Dopo cena, doccia e poi studio matto e disperatissimo fino alle 11. Le 23. Tutto calcolato. Dal lunedì al venerdi. Una vita troppo programmata secondo i parametri della Giorgia. Diceva che non c'era differenza con la vita un qualsiasi zombie cittadino. Io sostenevo che non ci trovavo niente di male ad appartenere a questa categoria. Lei, incapace di accettare la mia rassegnazione, cercava di sabotarmi ingegnandosi in cose sempre più strane come dei corsi da apprendista hoodoo tenuti da un'amica Dominicana ospite alla Casa dello studente di Monte Cengio.

*

Quella sera Dareo e Riccardo arrivarono da me per lo studio serale. La solita storia. Decidemmo presto di interrompere i nostri attenti apprendimenti di dendrometria e arruolare altri ignoti per andare ad assaggiare Ribolla. Appena arrivata da amene colline. La nostra curiosità enolica fu interrotta alle due già passate da un pezzo. Le 2. “Si chiude!”. L'idea era di proseguire oltre ma io dovevo andare a Chiesanuova per la mia udienza religiosa. Ero in ritardo! Fui minacciato ma sentivo il forte richiamo della torcida. Il Brasile! Il mio contributo umano doveva proseguire in altri luoghi. Mi accusarono di tradimento ma era troppo chiaro che avevo sinceri interessi per quella parte di Città.

*

Erano quasi le tre.

“Non ti apro. Vai al bar!”

“Ho freddo. Non ho i soldi neanche per un caffè al baretto della stazione. Nemmeno la fontana di Piazza delle Erbe aveva spicci abbastanza”

“Crepa di freddo cafone. Torna da dove sei arrivato. Finirò la serata con David Sylvian. Da sola con lui”

“Smettila cazzo, sono dieci chilometri. Giorginha apri il cancello … isla bonita, guapa rubia!”

“Il cancello è rotto. Scavalca cretino. Ti metto su il caffè”

La luna era piena di luce. L'hoodoo mi aveva già colpito e neanche mi ero accorto.

 

Ho trovato l'oro

Certo che siamo una macchina. Abbiamo bisogno di continua manutenzione. Un'esponenziale necessità. Controllo continuo dei nostri regimi di marcia e delle nostre pressioni di esercizio.

*

Nel gennaio del 96 il mio giovane motore stava al massimo della sua meravigliosa efficienza. Stavano per succedere cose nuove per l'anno in arrivo. Alcune buone, altre no, ma stava succedendo qualcosa. I miei soggiorni universitari erano comunque quasi al termine e cominciavo a pensare alle poche soluzioni che avevo davanti. Anticipare il servizio di leva rimandando di un anno le grandi decisioni. Oppure aspettare la convocazione al servizio di leva prestando temporaneo servizio nell'impresa di costruzioni Edil Giacomone. Comunque una guerra. Altre soluzioni più immediate non erano così facili da individuare.

*

Al rientro a S. Maria, l'officina foreste era in fase di completamento. Tutte macchine coinvolte nel radicale processo manutentivo post ferie natalizie. La prima cosa da fare era organizzare qualcosa per festeggiare il rientro. Seconda cosa da fare, idem. Terza, anche. Io nel frattempo stavo lavorando ad una nuova idea ispiratami direttamente da Piero Ciampi qualche mese prima. Un brano figlio della grande sequenza lirica fosso-rosso-fianco-bianco. Una canzone sui cercatori d'oro che rileggeva la ricerca del metallo prezioso in chiave metaforica e allusiva di meravigliose forme animate. Non avete capito? Si trattava di una canzone d'amore. Alla maniera già appartenuta al Ciampi. Il grande maestro livornese del resto sarebbe stato assolutamente d'accordo con me che occorre sempre omaggiare il valore che assumono certe meravigliose forme. Il telaio della mia nuova “fatica” era comunque in alto mare.

*

Quel giorno io e Marcus avevamo in programma di anticipare le cerimonie del rientro provando un acchito indagativo in centro. Sondare l'agenda del telefono e chiedere asilo in altre officine. Niente da fare. Troppo in anticipo sui rientri ufficiali. Decidemmo di buttarci a caso tra le strade della nostra “città ospite”. I luoghi diventano ancora più accoglienti quando la gente, appagata dal festeggiamento natalizio, si getta nei buchi pubblici a cercare il relax. Non c'è affanno. Nessuno che deve correre più forte degli altri. Tutti tranquilli. Così in questo clima di fratellanza obbligata trovammo asilo anche noi. Del resto la nostra “ricerca” era la stessa di tutti. Condivisa e condivisibile. Una sorta di condizione comune che unisce chi cerca del gaudio nel limbo creato dal post natalizio. Magnifico. Sublime accennata stanchezza. Sublime consapevolezza di essere parte integrante di un tempo irreale che trasforma ogni cosa in teatro. In finzione voluta. Tutti a far parte di una grande compagnia di teatro minore.

*

Il giorno dopo ero felice perché avevamo trovato dell'oro anche noi. Una parte per me e una parte per Marcus. Il rientro a S. Maria era freddo. Un mattino molto freddo ma pieno di soddisfazione. Il nuovo anno adesso poteva anche ricominciare.

 

Cupido è un pazzo

Il carnevale. La festa più grande del mondo. Uguale ad ogni latitudine. Diverso a Venezia. Le maschere tornano a casa a mezzanotte! Fino ad un minuto prima la città è invasa da gente che sostiene che il divertimento è l'unica gioia del mondo. Il minuto dopo le strade si svuotano. Neanche fossero tutti vestiti da Cenerentola.

*

Restavano aperti soltanto due posti in tutta la città. Oltre ovviamente al bordello di Campo Santa Margherita. Altro che sfilate istituzionali di Colombine invecchiate e Casanova con un piede nella fossa. Santa Margherita è il Carnevale dei fiori! Anche Hemingway si unirebbe ai disperati della post mezzanotte dopo aver realizzato che sotto ai suoi cari leoni si celebra qualcosa che non è più il carnevale. Io ho fatto lo stesso. Ovviamente non perché penso di essere come Ernesto ma perché non conosco Venezia e le sue tradizioni. Sono ignorante, insensibile, qualunquista, distratto e inqualificato. Del resto ero affetto dalla più classica delle malattie giovanili. L'allergia alle istituzioni, compreso l’istuzionale carnevale veneziano. L'unica cosa che sapevo di Venezia era che la “ombra” del campanile teneva fresco il vino d'estate. “Il resto lo imparerò col tempo”.

*

Ero vestito da Dude. Fatto a misura. Osservavo con grande passione gli effetti che provoca il carnevale su quelli che vogliono essere i primi. Arrivano dopo. Non reggono il ritmo. La festa ti distrugge se lasci che siano le tue convinzioni a decidere il passo. Nella piazza c'era una maschera a forma di asso di quadri. Osservava il casino con l'identico stile di Dude. Chi osserva le cose nel tuo identico modo molte volte è fatto apposta per te. Devi solo capire se pensa che piazza San Marco sia meglio svuotata da tutta la gente distratta e soprattutto se accetta l'invito di andarsene in giro per questa città a cercare i fantasmi sopravvissuti alla mezzanotte. Un lungo tragitto riempito di angoli pieni di insidie e di ombre accoglienti. Appoggiare le spalle sui muri e scambiarsi qualcosa. Arrivare a San Marco e dividere l'alba con altri ectoplasmi. La piazza adesso è esattamente quella che immaginavo. Venezia.

 

Marisa ha un nome

Lancia Delta caffèlatte. Direzione Lido. Settembre inoltrato. Impegni scaduti. Tre giorni di guerra. Guerra agli austriaci. Tre giorni soltanto per riprenderci il nostro confine. Italiani tutti ritirati. Campo deserto.

*

Questo era il bollettino militare di tutti i fine settembre dell'Adriatico. Era la macchina di Rebernig senior a dirci che eravamo nella giusta direzione. Da Re non poteva unirsi alla truppa. Caduto in battaglia. Onore a Fabio Da Re. Gli unici due combattenti rimasti erano Ducoli e Rebo Junior.

*

“Matilda e Brigitte. Che si fà!?”

“Si dichiara battaglia!”

“Ecco, bravo. Sembrano proprio appena uscite da un bombardamento”

“Meglio. Non opporranno difesa”

Rebo chiese loro se amavano il Maraschino e ne prese una buona riserva. Invitammo le truppe nemiche a una gita davanti al mare. Io facevo da traduttore per i dispacci di guerra, miei e del mio commilitone belumatto.

*

La luce notturna del mare produce sempre grande bisogno d'amore e noi ne sembravamo assolutamente convinti. Matilda e Brigitte un po' meno. Che strano popolo gli “Oltralpe”. Non hanno sentimenti. Il freddo gli entra nel sangue al primo inverno dalla nascita e gli resta dentro per tutta la vita. Noi invece eravamo un vero e proprio patrimonio italiano. Come un'opera d'arte creata dal genio di grandi maestri del passato.

*

“C'è ancora del maraschino?”

“Un paio di sorsi”

“Credo che i nostri nemici abbiano sabotato le nostre riserve”

“Lo penso anche io”

“Le ho detto che l'amo. Non mi ha creduto per niente ma mi ha detto la stessa cosa anche lei”

“Le credi?”

“Certo. Domani si torna”

“Penso proprio di sì”

“Rubiamo una sdraio?”

“Prendiamone due!”

“Non so se ci stanno sul Deltone”

“Una stasera e una domani!”

“Perfetto!”

 

Nuda e cruda

“Il professor Pavan è un criminale. Un criminale coglione. Ha messo l'esame di fisica il 18 di luglio. Il 17 è finale mondiale!”

*

Era il pensiero di tutti quando ai primi di giugno sulla bacheca dell'istituto di fisica uscirono le ultime date per la sessione estiva. Avevo scelto fisica. Penultimo anno padovano. Togliersi di mezzo la fatica più grande e iniziare l'ultimo anno di carriera universitaria senza troppa fatica. Forse il coglione ero io. Infatti sapevo che avremmo raggiunto il Rose Bowl. Lo sapevo già a giugno. Avevo troppa fiducia in Zola e Signori. Quello che non immaginavo è che avremmo trovato il Brasile. La partita del secolo. Chi vince ha più mondiali degli altri. Pronostici contro di noi. Senna che muore è già troppo dolore per un paese che vive di Carnevale.

*

Comunque io pensavo di finire in trionfo l'anno decisivo. Un mondiale e l'esame di fisica erano il mio certificato di “umano perfetto”. Per mettermi meglio alla prova, inoltre, avevo già definito il contratto per il mio lavoro estivo. Il mio ignaro contributo alla cementificazione selvaggia della Valle Camonica era fissato a partire dal 19 di luglio. Giacomone aspettava il suo ragazzo al varco. Ogni estate mi forniva un esempio concreto di vita. Molto diverso da quello che avevo ben radicato nella mia testa.

*

Follia. Follia pura. Pazzia. Autolesionismo. Suicidio. Elettroencefalogramma piatto. Morte cerebrale. Studiavo come un automa. “Un astronauta si appoggia all'astronave ricevendo una spinta verso l'esterno”. Da calcolare. “Aprite la finestra e osservate un vaso che sale verso l'alto …”. “Due treni che viaggiano alla stessa velocità si scontrano. Dato il peso, calcolare la forza prodotta durante l'impatto”. Che cazzo di materia è una materia che ti chiede di risolvere questi problemi!? Li ho visti in faccia tutti quelli che lavorano all'istituto di fisica. Tutta gente per bene, forse, ma gente che certo non segue il mondiale di calcio con la stessa passione di quelli che se il treno si scontra con un altro treno pensano solo al Cristo.

*

Il mondiale sembrava difficile ma l'Irlanda vincente era solo una falsa partenza. L'astronauta Houghton lanciò una palla alla velocità della luce, dietro Pagliuca. Pazienza. L'Italia esce con la distanza, soprattutto se soffre.

*

Gli allegri compagni di S. Maria invece avevano scelto un cammino più calmo. Un esame tranquillo da finire entro il fine settimana prima della “partita”. Mi salutarono con degli enormi pugnali nella schiena. Partenza per Trieste. Giovedì. Dopo l'esame di bachicoltura e apicoltura di Faccoli. 30 e lode. Dei veri bastardi. Mi telefonarono solo al sabato sera. Per farmi coraggio. Mi chiesero quanto avessi studiato e soprattutto se anche stavolta avevo in programma uno dei miei soliti sabati sera con rientro a variabile x. Avevano appena finito di giocare ai pirati nel golfo. Adulti che passano il giorno a giocare ai pirati! Come posso dividere la mia casa con gente così!? Lavazza era il Drake e Coslovich l'Andrade. Marcus e Faccoli i mozzi. Una flotta di pirla.

*

Il mio programma prevedeva un sabato classico. A ritmo ridotto, ma classico. Avevo studiato abbastanza. Non del tutto abbastanza per superare l'esame ma abbastanza per quanto potevo. Partenza per Trieste con il diretto delle 15.15, domenica. Grigliata dai De Filippi e partita. Rientro con Cucciolo e Raul in serata. Dopo la partita. Tutto calcolato. Tranne i troppi eventi tutti insieme. E poi solo occhi bagnati. Troppo bagnati. Impossibile calcolare il peso di ogni occhio. Del resto la forza di gravità si raddoppia, quando per ridurre l'attrito delle situazioni ruvide si utilizzano i vini del Collio.

*

Rientro rimandato al mattino. Il tempo è un'unità relativa. Al mattino, mentre al ritorno osservavo le terre friulane, pensavo che arrivare in ritardo sarebbe stato il mio ennesimo fallimento. Un umano assolutamente imperfetto. La mia sensazione era esattamente quella che provano quelli che affacciandosi da una finestra prendono in faccia un vaso lanciato da quelli di sotto. Le altre vittime della fisica avevano la mia stessa faccia. Sembrava che tutti fossero stati a Trieste ad osservare i rigori. Dieci studenti. Facce deluse. Nessuno era davvero convinto di avere capito perché i forestali devono conoscere così a fondo questa materia preziosa.

*

Alle 10.00 Pavan non era ancora arrivato. Saperlo prima, mi avrebbe concesso un'ora preziosa di sonno. Alle 10.30 decisi di chiedere in segreteria se Pavan fosse stato anche lui a Trieste.

“Il professore è a Toronto. Di cosa avete bisogno?”

“Ma come a Toronto!? Abbiamo l'esame”

“Ci dev'essere un malinteso, è partito l'altro ieri e rientrerà non prima del 24”

“Il malinteso non dev'esserci signorina. Ci dev'essere un suo assistente. Abbiamo l'esame. Scritto in bacheca da giugno”

*

Il professor Pavan, svegliato telefonicamente nella sua residenza Canadese si scusò profondamente con gli studenti garantendo loro di essere in istituto il 25successivo per recuperare l'esame. Un vero gentiluomo.

“Che si fa?”

“Io vado in stazione. A controllare se Cristo ha già preso il biglietto. Ci vediamo ad ottobre”.

 

Sapore Nero

“Allora tu sei ombrivago?”

”È più corretto dire notturno. Meglio ancora crepuscolare”

“Non ho capito”

“Il termine ombrivago viene utilizzato quando si parla di alberi o comunque se si tratta di vegetali. Crepuscolare invece riguarda più propriamente il regno animale”

“Sei un animale?”

“Certo, come tutti”

“Un lupo?”

“Meno nobile. Un uomo”

“La donna?”

“La donna è ancora meno nobile. È donna”

“Allora sei un animale misogino!”

“No. Un animale di abitudini crepuscolari consapevole della propria condizione e di quella della donna”

“Non hai risposto alla mia domanda!”

“Certo che ho risposto”

“Allora hai ammesso di essere misogino”

“No. Ho detto solo quello che penso. Stiamo parlando di zoologia non di sociologia”

“Balle non vuoi ammettere che hai dei pregiudizi”

“Tutti hanno pregiudizi”

“Certo, ma alcuni li controllano”

“Non cambia nulla. Li hanno comunque”

“… certo che farsi dire qualcosa da te e come farsi dire l'Infinito da uno scimpanzè. Non dici mai una mazza di niente!?”

“In zoologia è preferibile usare il termine timido e riservato. Viene utilizzato per descrivere le abitudini del capriolo. Non dello scimpanzè”

“Forbito il signorino Lorenz. Smettila di dire le minchiate che hai imparato l'altro ieri e dimmi se hai intenzione di dirmi le cose come stanno … e poi il capriolo è cacciato dal lupo. Non puoi essere lupo e capriolo allo stesso tempo. Uno o l'altro”

“Vedo che alcune cose le conosci. Comunque io non ho detto di essere lupo. Ho detto di essere un uomo”

”Potresti dimostrarlo e darmi il bacio che ti ho chiesto”

“Io intendevo uomo nel senso zoologico. Non in quello sociologico. Comunque il bacio te l'ho chiesto prima io”

“Tu hai chiesto qualcosa di più”

“Io ho chiesto un bacio nel senso animale del termine”

“Io non voglio baci nel senso animale del termine. Non ci casco. Ti ho spiegato che le cose non stanno come pensi che stanno”

“Perché?”

“Perché la differenza che sta tra la zoologia e sociologia è l'ossigeno delle cose”

“Adesso sono io che non capisco”

“Certo che hai capito. L'uomo-animale non respira le cose come l'uomo-uomo. L'uomo-uomo è in grado di costruire concetti. L'uomo-animale costruisce solo sensazioni. Le sensazioni hanno una durata temporale limitata e dipendono solo dai fabbisogni. I concetti invece hanno durata anche illimitata e te li puoi anche costruire a tuo gusto. Facile no!?”

“E la donna-donna?”

“Non mi pigliare per il culo. La donna sa sempre tutto prima che succeda”

“Su questo siamo d’accordo. Pensi che succederà qualcosa tra noi?”

“Assolutamente no”

*

Erano le quattro del mattino. Avevamo bevuto e fumato. Stavamo parlando da due ore e sentivo il suo profumo. Come i canidi.

 

Blu

Ho trasformato il mio appartamento in una soffitta.

*

Polvere, finestre chiuse, confusione, scatole accumulate, riviste inutili, addobbi natalizi nascosti sotto ai mobili, vecchie lampade, scatole di latta, libri ancora in attesa di lettura, scarpe usate, ecc. È successo gradualmente senza che me ne accorgessi. Come se qualche forza soprannaturale avesse deciso così. Vi spiego meglio come sono andate le cose. Qualche anno fà i lavori di ristrutturazione a Via Gera 6 furono effettuati senza prevedere di lasciare il mio vecchio solaio alla sua naturale funzione. Una diretta conseguenza della normativa edilizia che prevede la possibilità di ampliare i volumi abitativi sfruttando i “sottotetti”. Il solaio è stato così trasformato in una mansardina con legni e travi in vista che tanto piacciono alle mamme italiane; pare che gli ricordino le nostre origini contadine. Ovviamente i programmi di ristrutturazione della casa non prevedevano appieno mie eventuali opinioni in merito. Del resto è risaputo che non avere figli significa non avere potere. Praticamente un umano di serie b. I figli vengono prima di tutto, anche della tua famiglia di cani, ragni e pesci rossi. Non importa. Comunque, a parte queste mie personali dissertazioni sociali, niente di quello che era stato lasciato in solaio è stato salvato. Compresi i miei quaderni delle scuole elementari, la mia collezione di numeri di Cuore, i miei album di figurine, i fumetti di Goldrake, gli almanacchi illustrati del calcio, alcuni modellini Burago di prototipi da corsa, le biglie dei ciclisti, ecc. Tutto al macero. Senza preavviso. Non ne ho fatto una grande tragedia ma a distanza di qualche anno alcune cose cominciano a dispiacermi di più. Anzi, tutte. Compresi Miro Panizza, i disegni di Silve delle partite degli Azzurri e gli articoli contro i preti di Mario Prete. Avrei potuto partecipare ad una sorta di selezione delle cose migliori. Invece niente. Mi hanno solo informato che tutto era andato in discarica. Credo che a molti sia successa l'identica cosa. Così il mio appartamento ha iniziato a trasformasi. Lentamente e inesorabilmente. Come se il solaio fosse una condizione necessaria della casa. Se non c'è una soffitta, la soffitta si trova uno spazio nel tuo appartamento. Da sola. Non servono nemmeno le trimestrali azioni di selezione delle giacenze. Il graduale accumulo di oggetti “preziosi” procede costante. Credo si tratti di un'affezione patologica alle cose del passato. Come se eliminare una scatola di oggetti che ci sono appartenuti sia quasi come perdere un alluce. Agli alluci ci si è affezionati. Dispiace perderne uno. Si cammina lo stesso ma dispiace. Io sono esattamente così, come quasi tutti noi.

*

Cosa c'entra tutto questo con Blu? Quasi niente, se non che la soffitta che si sta creando nel mio appartamento contiene anche le scatole in cui conservo le mie canzoni. Il rischio di perderle, com'è successo ad esempio con il primo quaderno di scuola, è meno cattivo se penso di avere una piccola personale soffitta a portata di mano. Una soffitta con le sue piccole finestre da cui ogni tanto osservo la strada e i suoi grandi movimenti. Ogni volta lanciati verso qualche grande futuro e ogni volta liberi da mie eventuali opinioni in merito. Un universo di latta riempito di oggetti che amo. Comprese le dieci preziose canzoni di cui abbiamo parlato finora. Canzoni presuntuosamente elegificate al rango di “malto” perché derivate da un lungo processo di maturazione. Come i malti. “Distillate” 10 anni fa. Con la stessa passione con cui sono state conservate nelle loro camere di maturazione buie e al di sotto del livello dell'oceano. Forma grezza che diventa forma fine. Acqua cristallina, orzo fermentato, sodio di aria marina, legno di rovere e tempo. Elementi preziosi. Le mie 10 bottiglie da salvare dal rischio della discarica. Le Lolita's malts. Da aprire soltanto se ho voglia io. Preziose per me e per nessun altro. Almeno credo. Ciao.

 

PS. Quando ho scritto questi piccoli racconti nel gennaio scorso la mia piccola Lulù era sempre vicino a me. Adesso questa casa a forma di “soffitta” è sempre più riempita di cose ma sembra sempre troppo grande senza la sua piccola presenza che la riempiva. Mi mancherà infinitamente. Sempre.

 

 

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